strada

Appesi per le gambe

Appesi per le gambe

Inesatti a definirsi

Sulla strada triboli arrugginiti

Postmedioevo vomitevole

Vogliamo valvole di sfogo

Pretendiamo l’incantevole

E camminiamo storti con i buchi sotto i piedi

 

E l onda di frequenza

Trafigge I nostri spazi sonori

Più simile al binario del suicida

Coi brandelli di cervella

Sparsi tra le pietre

Insieme ai mozziconi

G.U.

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In cammino, in cammino

Ogni cammino é
Come un’epopea di passi
Leggenda di movimenti
Testimonianza di coordinazioni muscolari
E di visioni laterali
Riflessioni
Parole che si formano sulla lingua
Passi recuperati dagli immobilismi recenti
Passi lenti per avvertirne la consistenza
Passi che non lasciano orma
Il Percorso si inventa sulla strada, camminare permette questa libertà, a destra c’è una fuga, nell’altra direzione il compimento di un sogno, ma da questa parte cosa c’è?
Mi permetto di guardare a terra e non salutare i passanti fino al momento dell’incrociarsi di sguardi
e di tensioni non-verbali, solo i gesti parlano
Ad una donna anziana di questa domenica poco affollata insinuo con voce allegra – lo sguardo lontano, l’attenzione altrove: dicono che faccia bene una camminata, sembra che voglia giustificarmi
Come faccio io? dice la donna
Ho raccolto queste – indica un pugno di erbe varie – come faccio altrimenti?
Dicono che fa proprio bene, ripeto e mi allontano, la incontro di nuovo al secondo passaggio del Percorso, stavolta silenzio tra noi, il dialogo che non era nemmeno un ragionar tra sé
Aguzzo lo sguardo, come nei giochi enigmistici, in cerca di segnali
Ne trovo qualcuno davanti ad una casa in costruzione
Ci sono diversi pacchetti accartocciati di sigarette Pall Mall di colore azzurro
C’è anche un pacchetto rosso dello stesso tipo di sigarette
Quando ripasso sul Percorso le rivedo
Ho intenzione di contarle, all’inizio ho questa intenzione ma
Non mi sembra un indizio rilevante nella statistica degli impercettibili inutili fatti del quotidiano
Ne conto comunque quattro
Mentre adesso scrivo mi rendo conto che il pensiero non si forma affatto, come ieri un passo dopo l’altro
Vorrei ritrovare la danza verbale del viandante che si rallegra in cuor suo d’una skyline immutata sulla destra quando sono in questa direzione di cammino, nei quasi due decenni in cui – il tempo è stato sempre un Percorso – quella linea non ha costituito semplicemente uno Stato d’Animo
Scoprire i particolari, comporre l’incastro, laggiù – devo voltarmi – c’era una torre medievale, sul punto più alto della linea, nella sua porzione centrale
Skyline, la linea del pensiero orizzontale
Ritorno a casa passando per il sito di un piccolo monumento che ricorda piccoli morti
mondi antichi, un angelo mesto sorveglia la scena
Una sorta di replay, focalizzare l’attenzione sui particolari
Il cippo dei caduti di guerra da una parte ha una maggioranza di Cesari, nel versante opposto prevalgono i Giuseppi, questo penso sulle scale di casa, il portone cigola da qualche mese, il cigolio mi impedisce la concentrazione giusta per non dimenticare i particolari della scena, in realtà voglio trovare un libro
A casa cerco il volume di Mastro Heidegger intitolato “In cammino verso il linguaggio”
Non lo trovo subito, prima una doccia, ha una copertina dal doppio colore: rosso e verde scuro, non lo trovo subito, devo rifare gli stessi gesti di quando l’ho messo dove si trova per ritrovarlo davvero e quando lo trovo (che animale che sono, eccolo là) apro a caso il volume con la copertina in brossura colore rosso-verde scuro
Cerco un senso immediato nel testo
Pagina 201, edizioni Mursia, prima pubblicazione italiana 1959, …zur Sprache, ci si inoltra per oscuri sentieri
Nel Dire originario – raccolgo un testimone spigoloso
Persiste una chiarificazione raccontante del linguaggio
Che indica il cammino verso il linguaggio
Che si spinge fin presso il linguaggio come linguaggio
Quindi al suo traguardo
La verità è che nel pomeriggio di un lontano primo aprile arrancavo su un Percorso desacralizzato
Accompagnato da un Cireneo caritatevole che continuava a parlarmi roteando quel suo dito dove indossa un anello a forma di crocifisso, incurvato per consentire di indossarlo
Un ronzio in testa mi impediva allora (sto facendo salti -come lampi- nel tempo) di capire le sue parole
Arrancavo fumando sigarette nervose, quell’ ultima volta che ancora fumavo
Anche se in altro luogo ed estraneo ormai a tutto
Sono accanto alla carrozza nera concettuale ora
-Adesso la carrozza è proposta, per l’acquisto, ad un miliardo-
Opera dell’artista di cui si celebrava la memoria in quell’altro primo aprile di burle
A Gino De Dominicis

Nelle foto ci sono persone –ma non io- che
Appena passate le ore sedici
Tutti con i bicchieri in mano degli aperitivi
Vino bianco fresco per rallegrare la in fondo triste serata
Che triste in realtà non vorrebbe essere nelle foto
Semmai serata evocativa eccetera
Ecco perché non c’ero, adesso mi ricordo
Stavo morendo di morte lenta
Anche se poi ghermito per i capelli, iniettatomi di sangue e terra d’altre latitudini, con altre coordinate linguistiche in testa, un miscuglio di lemmi, singulti, schiocchi, francesismi, spagnolismi, esse finali, parole con poco stupido senso grammaticale, che diventavano tutte insieme un suono spaventoso che non ricorda altri sottofondi, tutto questo nel delirio di ricordi e di rimandi
La morte lenta, soffice, senza un apparente perché
Sembrava tutto così triste ma era un ripetere antiche formule giaculatorie con il mio amico durante quel colloquio in penombra
La mattina dopo, la domenica, il cammino e il pensiero che si forma camminando
Nessuna cosa è dove la parola manca.
W.P.

Ancora in cammino ma stavolta i sensi quieti nell’osservare

Ancora in cammino ma stavolta i sensi quieti nell’osservare

E ascoltare e percepire

La mia ombra che cammina, il sole dietro le spalle, passi corti

A sinistra il mare respira lento con uno sbuffo sulla luce che allunga i contorni

Disegno un Percorso con la mente, pronto a quantificare tempi e accelerazioni

L’occhio vigile pur quieto, strabuzzando lo sguardo, calcolando il fiato

Importante è superare i quaranta minuti di cammino e forse tentare scatti

Inoltrarsi in canyon collinari e salire scoscesi, temendo presenze nell’erba alta

Seguire il sentiero di passi altrui, cacciatori mattutini con i loro fucili caldi

E i bossoli verdi e rossi delle cartucce, abbandonate qui e là

Percorso cifrato che consente un ritorno su coordinate conosciute

Ecco lì un segno del mio passaggio

Là ho sparato parecchi colpi, ferendo il silenzio dell’aria fresca del mattino con secchi rumori tonanti

Questo dice il mattutino cacciatore con il suo confondersi mimetico nella natura

Crudele stavolta è l’uomo che attraversa il passaggio d’erba alta

Un seggiolino malandato, rovesciato su un fianco e un perimetro di frasche

Che confondono il povero inconsapevole uccello di passo in un verde universale e

Indistinguibile, verde la copertura, verdastro l’abbigliamento

Li ho anche sentiti sparare qualche mattino presto, nebbioso momento liminale

Tra il sonno e la veglia quando trasfigurare le parole che diventano presenze

E’ un normale esercizio che compone il rito di passaggio mattutino

Visioni dell’essere-al-di-là-di-noi nella parola inverbata sulla lingua che schiocca

Sapere e conoscenza immediata

Automatico lingueggìo che non usa la via neuronica

Spontaneità del contendere significati fuori di noi, senza coinvolgere la coscienza di sé

Seguo una strada secondaria dopo il piccolo canyon nascosto

Un promontorio sovrasta la strada principale

Sono al limite del tempo che mi sono concesso

La sera scende e allunga le ombre

Ci vorrebbe la ripresa video del mio cammino

Ma solo la ripresa di quell’ombra che avanza lambendo il bosco senza mai penetrarvi davvero

Qualcuno che m’affianca dovrebbe catturare nell’inquadratura quel mio passaggio

Non dovrei farlo io, dovrei trovare un marchingegno per lasciare le braccia penzolanti libere sui fianchi

Incrocio sulla via del ritorno un uomo giovane che saluto con un gesto dicendo salute

Passo a destra e a sinistra per evitare le case con i cani grossi annunciati dai cartelli

Attenti al cane

Non vedo cani, qualche macchina sfreccia al mio fianco superandomi veloce

Devio a destra verso il piccolo cimitero, lo supero, supero il muro che lo circonda e mi chiedo perché dev’esserci un muro che segni il confine tra chi sta dentro e chi fuori

In discesa corro tra gli alti alberi foscoliani, in salita l’ombra di quegli alti alberi tratteggia il mio passaggio deciso, sono uno scalatore, non mi spaventano i passi verticali

Sotto la doccia calda poi sui corti capelli recenti il pensiero si annulla e segue un suo liquido fluire verso un vuoto sentire, verso un tendere al vuoto del pensiero pensato

Non del pensiero raccontato

Un coniglio mi aspetterà a cena nel vociare di tanti sconosciuti, la cuoca infilerà nella carne bianca, anche lei come l’altra dell’altra volta del pensiero che si forma camminando, del finocchio selvatico, stavolta cotto con cura e miscelato con spezie

Al ritorno il sole mi è contro

La luce intensa cancella lo sguardo, un blank di attenzione non permette allo sguardo di catturare l’orizzonte

I contorni dell’orizzonte, irregolarmente tratteggiato dai monti dell’entroterra, raccontano il senso della vita senza tracciare però segni di sorta

In cielo nessuna scia, solo piccole nuvole rinascimentali.

W.P.

Nota: l’immagine-disegno è di K.S. e di nessun altro.