sonno

Congo

 

L’ incipienza é metodo,

E le cicatrici sul collo fanno ancora odore di Congo.

Dormi oh uomo dalla scura pelle

Ne hai il diritto.

Nessuno vive senza dormire.

Si dice che anche i morti in realtà non facciano altro che abbandonarsi al sonno. Definitivo.

Tra i pallet e le cassette di carta in equilibrio precario sulle teste dei magazzinieri

Rotolano le arance dell’Africa sul cemento levigato e consunto.

G.U.

Il sonno dell’ipocondriaco

Ore 22:30

Bruciore in bocca.

Afta.

Malattia autoimmune.

Sindrome di Behcet.

 

Ore 23:00

Starnuto.

Raffreddore.

Difese immunitarie basse.

Aids.

 

Ore 00:50

Fitta alla testa.

Sinusite.

Ictus.

3 casi in famiglia.

È sicuramente ictus.

 

Ore 01:45

Prurito.

Dermatite.

Psoriasi.

Melanoma.

 

Ore 02:30

Respiro affannoso.

Asma.

Pertosse.

Tisi.

Come Lady Oscar.

 

Ore 04:00

Contrazione involontaria del polpaccio.

SLA.

 

Ore 06:30

Crampi addominali.

Indigestione.

Cancro al colon.

Cancro alle ovaie.

No aspetta, sono un uomo, non ho le ovaie.

E se le avessi?

Ermafroditismo non diagnosticato.

Disturbo dell’identità di genere.

Schizofrenia.

No vabbè è troppo.

 

Ore 8:30

Prenoto una visita dal ginecologo. Solo per sicurezza.

U.U.

Cinque arance

Un fascio di luce filtra tra le persiane appena accostate, si insinua nelle lenzuola rosse, si riflette sul fluttuare morbido della polvere, rimbalza tra le cose in perenne disordine e mi finisce dritta sotto le palpebre.

– “Buongiorno”, dice il mio compagno del sabato, sentendomi mugugnare.
– “Ciao, dormito bene?”, rispondo mentre mi stropiccio gli occhi.
– “Sì, sì”
– “Colazione?”
– “Magari…”
– “Spremuta?”

Annuisce piano assecondando un ultimo colpo di coda del sonno, aspetto che richiuda gli occhi e mi alzo. Nel tirare fuori lo spremiagrumi mi metto a pensare a tutte le cose che dovrei fare, ai numerosi impegni che mi affollano la mente e alle immagini che mi traboccano dal cuore. La settimana scorsa è finita la relazione più bella e intensa della mia vita. Un piccolo melodramma domenicale, una telefonata, tre giorni di lacrime e digiuno e adesso un altro week end, un’altra minuta consolazione, l’ennesima alternativa all’esistenza… un’altra.
Quando sono sola mi bastano un paio di arance per riempire mezzo bicchiere da birra, decido che per due persone ne dovrebbero bastar cinque; la misura della solitudine, la matematica dei rapporti umani. Sto preparando una colazione per due, in una stanza dove ci sono solo io. Mi sembra il prosieguo di una storia ingiusta e senza fine. Mi fermo a guardarmi e mi sento improvvisamente sola, inaspettatamente abbandonata, quasi vittima di un saccheggio. Altre volte invece mi fermo, mi guardo e mi sento sola, come prima di far l’amore, ancor prima del saccheggio. E non so quale delle due solitudini sia più dolorosa. Il mio amico comunque dorme, ma c’è. Resta nella mia vita, mi assicura che tutto andrà bene. Vorrei che fosse in cucina però, e se non mi seccasse svegliarlo gli chiederei se per favore, mentre preparo il caffè, mi legge il giornale.

Sto sistemando i tovaglioli e le tazze sulla tavola quando lui esce dalla camera da letto già vestito e con il computer in mano.

– “Ti leggo la prima pagina?”, dice.

L.W.

Manifesto

Taccuino all’Idrogeno è un tavolo con più di qualche bicchiere sopra e qualche carta da gioco, è un tavolo di legno in un vecchio bar quasi dimenticato, dove il barista riesce a servirti “il solito” perché conosce già le tue abitudini.

Seduta a quel tavolo qualche anima discute e chiacchiera mentre l’esperienza immediata della vita corre. Produce inconsapevolmente cultura spontanea, di quella che facevano anche i nostri vecchi; quella che deriva dal verbo colére, che indica l’operazione o l’azione di coltivare, atto dal quale nasce l’espressione figurata “cultura animi”. Al tavolo di Taccuino all’Idrogeno si sviluppa la forma e l’essenza umana, con tutte le sue facce. Da tempo. In un bar dimenticato da Dio.

Qui nel Taccuino ci consideriamo dei semplici osservatori attivi, molto opinabili, perché in realtà non sappiamo scrivere: crediamo infatti nell’uomo prima che negli alambicchi dello scrittore. Nell’uomo che scrive d’uomini e d’emozioni, di vita, di carne e nervi e sangue, d’organismi, non di sistemi; e che ne scrive da uomo, non da profeta.

Non vogliamo essere nulla più che un “qui” ed evitare di agglomerarci in un “noi” di idee comuni. Non ci teniamo a manina; crediamo piuttosto nel contenuto di ogni cosa, di qualunque espressione o forma si tratti. Lo scopo è il viaggio e non la meta. La meta è la tomba.

Non abbiamo buoni consigli o teorie illuminanti e le verità assolute sono davvero poche. Ci è voluta una vita per avere le nostre e si contano sulle dita di una mano. Non che non ci interessi il mondo che ci circonda, che costituisce peraltro ciò di cui ci nutriamo, come arte letteratura moda costume società medicina diritti umani natura ambiente scienze musica colonne sonore aperitivi amicizie relazioni e giochi in scatola, ma di quegli argomenti parliamo quando siamo sobri. Siamo stanchi dell’alternatività forzata come fonte di ribellione all’ignoranza. Il resto lo legge il lettore.

Il senso dell’umorismo e la consapevolezza di partire dal basso sono quello che più conta, assieme ai dubbi e alle beffarde ironie del caso e della realtà. Ci dissociamo da ogni buriana di schemi, da ogni bufera di codicilli, perchè non si perda il senso ultimo dell’iniziativa, ovvero la dimostrazione della superiorità della sostanza sulla forma.

Non vogliamo essere nulla più che avventori seduti al tavolo di un bar, a chiacchierare del più e del meno cercando d’essere i primi degli ultimi, i migliori dei peggiori; a sputare budella mentre guardiamo i fondi dei nostri bicchieri ormai vuoti. Rialziamo gli sguardi per guardarci negli occhi. Insomma, non illuminiamo ma di sicuro facciamo ambiente.

Dichiariamo quindi di essere responsabili di ogni scritto da noi prodotto ma non dell’utilizzo che sarà fatto di esso. Anche questo a scelta del lettore.

Taccuino all’Idrogeno