pensieri

Amo e temo

Aveva il cuore in panne, le mani sporche. Questa frase banale non riusciva a non scriverla, la sentiva: batteva in testa dall’alba. Una volta scritta è rimasta a imbiancare una giornata di ricordi e rimorsi: di fantastici pensieri arrapanti. La vita pulsava nelle cosce, tra le dita e picchiava il vetro, desiderosa di apparire. Che cosa importa di quello che non farò mai? Scriveva via whatapp alla persona più lontana, eppure più condizionante che si ritrovava tra i pensieri in quel periodo. Gli amici si erano dileguati, i parenti nascosti e la sua famiglia lo intrappolava di affetto ogni santo giorno. Con lei dialogava e ne riceveva critiche e incoraggiamenti che copulavano tra loro, ma restava quell’amaro di non dirle tutto fino in fondo, di non rispondere a tono, di non farla ridere abbastanza. No, non la amava come si rischia di amare una donna, verso di lei, a parte il primo periodo di scoperta e desiderio, provava un netto affetto distillato dalle evidenti differenze di ambiente e cultura. La adorava. La temeva. La aspettava. Questo per diversi anni, che nel frattempo si riempivano di lavori nuovi, di pensieri vivi e di rughe notturne evitate allo specchio. C’era un’aria bella, di disastri mai arrivati e di racconti scritti in fretta per paura di morire prima del punto. Di viaggi mai fatti, di baci mai dati, di azzardi mai esplosi. Di calma per non impazzire. Di rancori mai eseguiti. Di amici persi dietro a gatte capricciose, ferite su vie pericolose.
Di figli che rimano rap e aspettano nervosi un padre che si faccia da parte pur continuando ad amarlo in disparte.

Una fine di scrittura, un finale di lettura. Una resa al mondo troppo grande, un’attesa che nulla cambi veramente: amo e temo questo tempo imperfetto.

P.S.

Ciao capo…

ciao-capo-j-w

 

ché la scena te la devi immaginare così, i pensieri aggrovigliati nella testa
sacchetti pesanti appesi alle dita
ore e poi ore, tutte ancora da srotolare
e gestire
e cercare le chiavi della macchia
no queste sono quelle di casa
e tutte quelle ore davanti
un muro

in terra, una stella ti sorride

e allora va bene

J.W.

Titanic in giardino

Il caldo è rivoluzionario, stacca gli iceberg dal pack e li costringe a peregrinare su rotte impervie e casuali, in balìa delle correnti. Solitarie gelide effimere isole galleggianti, costrette a vagare anonime, senza che nessuno abbia almeno pensato di dare loro un nome. Uno qualsiasi. Picco del Diavolo  o  anche Base Artica Zero andrebbero benissimo.

Il freddo è reazionario: tutti lì – costretti in casa – a guardare la tv, con gli occhialini 3d. Guardi guardi e non vedi niente, mentre cade la neve sogni di essere al mare.

Il caldo è rivoluzionario, costringe le gemme a esplodere in fioriture inusuali, così ai lati delle autostrade c’è meno tristezza.

Il freddo è reazionario, i concetti, quando li esprimi a voce alta, si trasformano in vapore senza generare energia, ti accorgi che le parole scivolano verso il basso in caduta libera, per la maledetta forza di gravità, sempre inevitabilmente all’agguato, no so quanto per fortuna. Potremmo volteggiare  liberi nell’aria, altrimenti.

Ma…

Il caldo è rivoluzionario, hai sempre voglia di fare un giro vorticoso intorno a te stesso, ma uno solo, per paura di perderti nel giardino dei sentieri che si biforcano… 

W.P.

nota: immagine e rielaborazione grafica di E.Z.

Lunedì

Se non avessi sbattuto la testa stamattina, probabilmente non avrei barcollato fino alla stazione della metro.
Mi sarei invece incamminata a passo spedito e con sicurezza avrei raggiunto la solita fermata.
Neanche un’occhiata a chi mi stava intorno, occhi bassi sulla strada per non scivolare e solo uno sguardo veloce alle figure animate e vicine. Rimuginare sulle solite cose e pianificare la giornata e le parole.
E invece stamattina non riuscivo a tenere i passi, che scappavano ovunque.
Dondolavo per tenere la traiettoria, avranno creduto fossi ubriaca. Ma tutto si muoveva, la mia testa era leggera, pensavo si sarebbe staccata per volare. Ecco il perché del cappello.
Avevo l’impressione di camminare sui trampoli, il suolo lontano e un’eco, a tratti vicinissimo.
Non capisco, ho sbattuto la testa come mille altre volte. Ma oggi fa quasi bene, oggi mi piace.
Non riuscire a capire da dove vengano le voci, sorridere perché non riesco a tenere fermi i muscoli della faccia. Gli occhi ancora mi pulsano, è sempre così il mattino. È sempre così il lunedì.
Per fortuna quando ho sbattuto la testa ero già vestita, altrimenti avrei fatto così tanta fatica. Decisamente tanta.
E le lettere della tastiera stamattina si mescolano e più del solito le sento dire “dai, schiaccia me!”.
Ah la metro, quanto amo viaggiare in metro. Sono riuscita ad entrare, stamattina, per fortuna.
Urtando qua e là mi sono seduta e tenuta ben salda, o almeno questa è l’impressione che ne ho avuto.
Una volta scesa le scale sono state un problema, ma le risate che ormai uscivano copiose dalla mia stessa bocca mi hanno aiutato.
Ah stamattina, l’ho detto che ho sbattuto la testa? I pensieri si sono mescolati tutti e non riuscivo più a staccarli gli uni dagli altri. Come quando da piccolo ti regalano il pongo colorato e in un impeto di creatività lo mescoli tutto assieme. Ecco, una Pangea colorata e unica.
E quasi mi sembra escano dalle orecchie fili colorati che si avvinghiano ovunque.
Forse perché stamattina sistemandomi le scarpe ho sbattuto la testa. Lo sapevate?
S.A.