notte

Il giorno è squinternato in sirene

 

Il giorno è squinternato in sirene

ventilatori,  finta rabbia da scrivania

e automobili sbuffanti

Le notti scivolano e ti risvegli.

Assumo il magnesio per controllare i battiti del cuore     

che vanno in disordine

E.B.

Stavolta ci metto la faccia

Si stava seduti al bar, poco prima di cadere nella noia. Propongo: prendiamo il notturno? Aveva piovuto tutto il giorno, costringendoci al chiuso. Prendiamo al volo il bus. Ci sono i lavoratori della notte, un paio di barboni e qualche ragazzo stonato d’alcol. Ma le fermate sono infinite, e il saliscendi di facce strambe ci mette allegria. Così ci mettiamo a raccontare segreti. S. comincia con la sua omosessualità ancora nascosta: in paese pochi lo sanno e mia madre trattiene questa verità come fosse una bomba a orologeria. Amore e terrore, così decidiamo di intitolare questo suo racconto. Il bus svolta sul ponte e noi scendiamo: l’Arno è gonfio, quasi ci sfiora. Restiamo in silenzio tra i curiosi e i paurosi. Faccio il solletico a S. e lei si piega dal ridere: scemo! Seduti sul gradino di una chiesa, le confesso dei miei: mio padre sempre fuori per lavoro, mia madre sempre chiusa in casa senza amore. E poi le urla subite, gli abbracci improvvisi che culminavano spesso in attacchi di solletico. Avevo otto anni, poi finì la commedia. S. mi sta fissando come nessuno aveva mai fatto. La bacio, la stringo e mi metto a piangere come a nove anni davanti alla tavolata di Natale. Tutti sbigottiti, tutti fingendo stupore come davanti a un finale stranoto: nessuno che mi abbracciava. S. invece quasi mi stritola d’affetto nel dirmi che non aveva mai passato una notte così bella.

Così da quel giorno ogni tanto salgo sui notturni romani e vedo sfilare facce, culi e braccia e una volta a casa scrivo racconti di abbracci e corpi mai avuti. Stavolta ci metto la faccia. Un caro saluto Sandra.

P.S.

Notte numero 5689

Vado fiero della ritualità che scandisce le mie giornate. No, la mia giornata. Ogni giorno fa a sé e ogni giorno è un campione perfetto delle mie abitudini e del processo che le ha lentamente consolidate.

Ogni sera bevo la stessa tisana. Ogni sera vado a dormire alla stessa ora, le 23.30. Leggo, se riesco fino a mezzanotte almeno, perché amo varcare una nuova soglia.

Mi correggo, non vado a dormire. Vado a letto. E sì, negli effetti mi addormento, ma alle prime ore indicate dal quadrante, qualche pensiero mi sveglia sempre. Inizia entrando in un sogno o come un’idea che si incastra la sera precedente, durante il dormiveglia. Cresce in sordina, non invitato. Quando si è gonfiato abbastanza da occupare gran parte della scena, eccolo che procede a scuotermi.

Mi risveglio pensando sia la natura a chiamarmi, mi alzo. Torno a letto e lo trovo occupato. Mi distendo chiudendo gli occhi illudendomi che questa notte farà eccezione.

Ma ecco che mi si avvicina mia sorella, sparita durante un’escursione in Asia. A tirarmi le dita dei piedi, il pensiero del mutuo in scadenza. Avvinghia le sue lunghe gambe e infinite braccia, l’ansia per le liti intestine in famiglia.

Un’altra notte in cui, spettatore, assisto a tanti piccoli drammi che costellano la mia giornata. Non sarà l’Amleto, ma ormai sono parte della routine. Non sarà l’Amleto, ma chi sono io per dirlo?

S.A.

Notturna

Notte.

Dormo, con la testa liquida,

piena,

di pensieri bizzarri

che navigano su zattere di mitili sul fondo,

che raccolgono pesci, crostacei, molluschi

e immagini. E se li portano via.

Un liquido nero che riluce

di una luce diafana,

sulla superficie grigia che stride

contro il vuoto incolore della restante parte del cranio,

provocando la stessa sensazione

di acqua bollente sulla pelle congelata.

Di notte.

Dormo rivolta a destra o a sinistra,

indistintamente, non vi è alcuna preferenza,

non ci sono aliti né respiri,

non c’è alcun disegno.

Solo parti del corpo, che sento sbattere forte con le mani,

alle pareti, sulle pareti,

che non hanno mangiato le unghie,

che sento, quando dolgono.

Così è che dolgere è il volgere,

il dolgere che non esiste

in una parola fatta di grafite, inchiostro o suono,

nella parola,

fine a se stessa.

La notte.

Dolgere, lui tocca il corpo,

e vi trasmette l’azione, della sua desinenza,

lui.

E la perde.

La lascia lì, a pulsare,

incessante, costante, assillante.

E diventa dolgo.

Nella notte.

La sua estremità schianta,

dentro e fuori, ancora fluidità

e vista che sfoca, e tentativo fallito,

e sveglia.

Io, e io, mi giro a destra o a sinistra e sempre,

è lì,

e la mia mano destra,

è lì,

e la mia mano sinistra,

non sotto il cuscino ma sotto la testa,

a reggere il peso delle ossa e a non far rovesciare il liquido.

Per non sporcare forse,

con altri pensieri, che già cigolano nell’aria,

anche il cuscino

e le lenzuola.

Notte.

I.M.

Che strani sogni

Che strani sogni.

Fluttuare senza vergogna e senza vestiti nell’acqua piena di alberi.

Aggrapparsi ad un ramo in alto, pendere sull’acqua e ritornare sul tronco.

Percepire qualsiasi cosa a contatto con la pelle e non riconoscerne la differenza.

Vento che gonfia dei vestiti bianchissimi e dei capelli aggrovigliati.

Gli occhi che luccicano, nient’altro che acqua.

Saltare dalla banchina e continuare a guardare avanti.

Questi sono i sogni che dovrei fare ogni notte.

 

S.A.