esistenza

Considera le galline

 

Che per le galline radical chic, che becchettano sementi oleose e ingollano vermi di Eisen, sia poi tutto così semplice come a noi sembra, é ancora da dimostrare.

Nonostante la presunzione con cui ci approcciamo ai pennuti, che alleviamo allo scopo di nutrirci dei loro embrioni, essi hanno nello sguardo un profondo bagliore, che può anche assomigliare al lume della genialità. Siamo sicuri riguardo ai ruoli? Considera le galline, e poni i più profondi quesiti esistenziali che ti affliggono a quei rotondi occhietti laterali. É facile.

G.U.

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L’amore accanto

Com’era coinvolgente quella musica che c’era, e tutto quel vin brulé che passava di mani in mano, e scendeva giù in gola lentamente. Si ballava scatenati, improvvisando passi mai provati prima. Una serata decisamente movimentata, allegra e fortunata per il tempo, spensierata e rilassata per le persone. Poi l’ho vista. Seduta sugli scalini della chiesa, era immobile, bionda, e pareva leggera davanti a quella facciata austera; eppure riuscivo a vedere quegli occhi muoversi all’impazzata, che filmavano quelle scene di allegria, per noi, impegnati a divertirci senza pietà. Non pareva frustrata da invidia o timidezza, anzi, appariva appagata da tanta visione. Soddisfatta, forse pensava alle prossime scene di stupore da farci godere negli anni a venire. M’innamorai all’istante. Mi avvicinai pure, di qualche centimetro, almeno credo di ricordare così, considerato il vino e le altre donne presenti. Di certo da quel momento la mia serata afferrò un altro sentimento e abbandonò di colpo l’allegra spensieratezza delle vacanze di Natale. Mi ero accorto prima del tocco della mezzanotte di essere solo, nonostante il mio amore fosse là: in braccio al suo stupore.

Sono passati trent’anni e anche ora sono solo, nonostante il mio amore sia qui.

Quello di cui parlo sopra non è l’amore carnale, vivo, fatto di litigi e carezze, no, quell’amore là aveva un vestito, uno sguardo, un profilo che non assomiglierà mai del tutto a una donna. Quell’amore là aveva il potere di condizionarmi la vita, aveva il fascino maligno di assoggettare la mia persona a un ordine assoluto, inesistente. Quell’amore là è figlio dei miei vaghi anni ottanta, a sua volta quell’amore era figlio della fame, che si sa, partoriva figli non del tutto sani.

La mia tara, il mio bisogno di riemergere dalla tara, la velleità di riuscirci con un’immagine sgranata o con delle lettere splendenti, questa è oggi la mia solitudine con quest’amore accanto.

Sopravvissuto alla leggerezza, al disastro della tua mente, eccomi lentamente esistere.

P.S.

Good night Santa!

L’esistenza è sofferenza, finisce quando si muore. Questo lo diceva un tale un po’ di tempo fa. L’ho letto in uno dei libri che ho trovato di là nella sala comune. Ce ne sono tanti, e nessuno li prende mai. Eppure sono lì. Forse nessuno se ne fa nulla. Comunque fatto sta che io non lo conosco questo Ginsberg – si chiamava così, me lo sono scritto sulla mano per non dimenticarlo perché io dimentico sempre tutto – ma credo che non avesse tutti i torti. Per esempio io, se guardo indietro alla mia infanzia, che dicono dovrebbe essere il periodo più felice perché te ne vai a zonzo senza pensieri, preoccupazioni – dicono, però io pensavo un sacco ed ero sempre molto preoccupato per ogni cosa da piccolo – mutuo e cessi che si intasano – e io lo so che non è per colpa della carta a 4 veli ma è perché l’uomo alla fin fine è il più grande produttore di merda che esista al mondo, in svariati sensi – non mi pare di ricordare tanta giuoia. Si dice così no? L’ho letto in una poesia di non so chi. L’avevo scritto sulla mano sinistra ma prima sono andato a pisciare e poi me la sono lavata. Perché io sono mancino. Perché ci controllano spesso le mani, per vedere se ci sono ferite o roba del genere e quindi è meglio siano sempre in ordine. Comunque alla fine forse questo Ginsberg era uno come me, vale a dire un povero sfigato. Perché io adesso non faccio nulla di quello che avevo sognato di fare da piccolo e poi anche se da piccolo sognavo sapevo che non avrei mai cacciato i soldi per trasformare tutto in realtà. Uno che riesce a far avverare cose del genere potrebbe essere Babbo Natale per esempio. Ecco, io non riuscivo manco a farmi portare da Babbo Natale quello che volevo. Si, perché Babbo Natale alla fine esiste, l’ho letto sempre su quella rivista di quell’infermiera, mica mi invento le cose io, è che fatalità sta con quelli con i soldi. Ma questo non c’era scritto, questo lo so io e ti assicuro che non mento. Babbo Natale è uno sporco capitalista, ecco cos’è. Non c’è altra spiegazione. Non sono mica pazzo, una spiegazione ci sarà per tutta questa merda e per i cessi intasati e se faccio due più due insomma, è facile capire che la colpa è praticamente sua. Gli scriverò, ecco cosa farò. Devo dirgli ciò che penso di lui. Mi pare corretto nei suoi e nei miei confronti insomma…

“Ehi Jack!”

“Ciao John, stai di nuovo parlando con la lampada?”

“Questa non è una lampada, te l’ho detto.”

“Ah no, e che cos’è allora? Sentiamo.”

“Bah, lasciamo perdere, tanto voi “giusti” non capite. Mentre noi bla bla bla…giusto?”

“Già. Vero. Dai, tieni le tue pillole. Avanti.”

“Bah, pillole. Ce ne fosse una che porta a qualcosa. Mi rendono stitico e basta!”

“Perché dove vorresti andare John?”

“E che ne so. Qua quelli col cervello siete voi. Io che cazzo ne so. Penso e sparo cazzate, come dite voi. Che altro dovrei fare? Scrivere a Babbo Natale?”

“Niente John. Proprio niente. Tra 20 minuti spegni la luce.”

“Bah…”

“Notte John.”

“Notte Jack.”

I.M.