arance

Congo

 

L’ incipienza é metodo,

E le cicatrici sul collo fanno ancora odore di Congo.

Dormi oh uomo dalla scura pelle

Ne hai il diritto.

Nessuno vive senza dormire.

Si dice che anche i morti in realtà non facciano altro che abbandonarsi al sonno. Definitivo.

Tra i pallet e le cassette di carta in equilibrio precario sulle teste dei magazzinieri

Rotolano le arance dell’Africa sul cemento levigato e consunto.

G.U.

Cinque arance

Un fascio di luce filtra tra le persiane appena accostate, si insinua nelle lenzuola rosse, si riflette sul fluttuare morbido della polvere, rimbalza tra le cose in perenne disordine e mi finisce dritta sotto le palpebre.

– “Buongiorno”, dice il mio compagno del sabato, sentendomi mugugnare.
– “Ciao, dormito bene?”, rispondo mentre mi stropiccio gli occhi.
– “Sì, sì”
– “Colazione?”
– “Magari…”
– “Spremuta?”

Annuisce piano assecondando un ultimo colpo di coda del sonno, aspetto che richiuda gli occhi e mi alzo. Nel tirare fuori lo spremiagrumi mi metto a pensare a tutte le cose che dovrei fare, ai numerosi impegni che mi affollano la mente e alle immagini che mi traboccano dal cuore. La settimana scorsa è finita la relazione più bella e intensa della mia vita. Un piccolo melodramma domenicale, una telefonata, tre giorni di lacrime e digiuno e adesso un altro week end, un’altra minuta consolazione, l’ennesima alternativa all’esistenza… un’altra.
Quando sono sola mi bastano un paio di arance per riempire mezzo bicchiere da birra, decido che per due persone ne dovrebbero bastar cinque; la misura della solitudine, la matematica dei rapporti umani. Sto preparando una colazione per due, in una stanza dove ci sono solo io. Mi sembra il prosieguo di una storia ingiusta e senza fine. Mi fermo a guardarmi e mi sento improvvisamente sola, inaspettatamente abbandonata, quasi vittima di un saccheggio. Altre volte invece mi fermo, mi guardo e mi sento sola, come prima di far l’amore, ancor prima del saccheggio. E non so quale delle due solitudini sia più dolorosa. Il mio amico comunque dorme, ma c’è. Resta nella mia vita, mi assicura che tutto andrà bene. Vorrei che fosse in cucina però, e se non mi seccasse svegliarlo gli chiederei se per favore, mentre preparo il caffè, mi legge il giornale.

Sto sistemando i tovaglioli e le tazze sulla tavola quando lui esce dalla camera da letto già vestito e con il computer in mano.

– “Ti leggo la prima pagina?”, dice.

L.W.