amore

Amo e temo

Aveva il cuore in panne, le mani sporche. Questa frase banale non riusciva a non scriverla, la sentiva: batteva in testa dall’alba. Una volta scritta è rimasta a imbiancare una giornata di ricordi e rimorsi: di fantastici pensieri arrapanti. La vita pulsava nelle cosce, tra le dita e picchiava il vetro, desiderosa di apparire. Che cosa importa di quello che non farò mai? Scriveva via whatapp alla persona più lontana, eppure più condizionante che si ritrovava tra i pensieri in quel periodo. Gli amici si erano dileguati, i parenti nascosti e la sua famiglia lo intrappolava di affetto ogni santo giorno. Con lei dialogava e ne riceveva critiche e incoraggiamenti che copulavano tra loro, ma restava quell’amaro di non dirle tutto fino in fondo, di non rispondere a tono, di non farla ridere abbastanza. No, non la amava come si rischia di amare una donna, verso di lei, a parte il primo periodo di scoperta e desiderio, provava un netto affetto distillato dalle evidenti differenze di ambiente e cultura. La adorava. La temeva. La aspettava. Questo per diversi anni, che nel frattempo si riempivano di lavori nuovi, di pensieri vivi e di rughe notturne evitate allo specchio. C’era un’aria bella, di disastri mai arrivati e di racconti scritti in fretta per paura di morire prima del punto. Di viaggi mai fatti, di baci mai dati, di azzardi mai esplosi. Di calma per non impazzire. Di rancori mai eseguiti. Di amici persi dietro a gatte capricciose, ferite su vie pericolose.
Di figli che rimano rap e aspettano nervosi un padre che si faccia da parte pur continuando ad amarlo in disparte.

Una fine di scrittura, un finale di lettura. Una resa al mondo troppo grande, un’attesa che nulla cambi veramente: amo e temo questo tempo imperfetto.

P.S.

Caterina

Caterina mi ha chiesto di scrivere qualcosa su quello che le è successo in questi anni. Caterina insiste che io lo faccia, poiché a lei uscirebbe solo rancore verde dalla bocca, e alla fine non sarebbe poi così bello da leggere. Caterina la prima volta che l’ho vista era bellissima. E già allora aveva subito la bestialità dei cugini, ma era bellissima lo stesso. Ma non vuole che scriva di loro, troppo facile mi suggerisce. Le bestie restano bestie, anche trasfigurate in un romanzo. Lei mi invita a scrivere del troppo affetto famigliare che alla lunga è diventato inganno. Certificato da un notaio e disvelato da un agente immobiliare: Mi hanno fregato e soffocato. Forse quegli abbracci stretti stretti di mia sorella quando ero piccola, ne erano soltanto un prologo appiccicaticcio, mi scrive il 12 dicembre del 2016.

Caterina è scappata in Africa, era il suo sogno sin da bambina. Invia poche foto da laggiù, perlopiù le pubblica su facebook per promuovere l’associazione per cui lavora. A me scrive lunghe mail piene zeppe di particolari della sua scorsa vita ingenua, così definisce il periodo beato e tragico vissuto in famiglia. Caterina col suo rancore ci va a correre insieme nei campi aridi africani, e al rientro è già diventato solo abbondante sudore pronto a immolarsi sotto la doccia. Lei lotta contro il rancore per diventare migliore. Questa frase me la ripete ad ogni pié di mail. A lei piacerebbe diventare un albero, come quelli piegati sulle rocce davanti al mare. Sempreverdi, nonostante il libeccio e l’inquinamento. Caterina non sa che io sto già scrivendo la sua storia ingenua. Lei preferirebbe far partire questo racconto dall’Africa, per poi tornare indietro fino a quella culla di vimini mai abbastanza cullata dalla madre, sempre indaffarata col marito e per l’azienda di famiglia. Ma sono costretto ad ingannarla anch’io, così posso scrivere delle buone menzogne di volta in volta, mail dopo mail, e così mi illudo di alleggerirla un po’ dall’incubo della vecchia vita ingenua. Almeno ci provo in queste pagine prive di baobab e di mare d’inverno.

Caterina va in Africa per non amare più solo per essere amata ancora di più, ora si lascia prendere dai sentimenti sedimentati da piogge torrenziali e storie ventose, per poi ripartire di nuovo all’alba di corsa contro l’odiato rancore e sentire il piacere del sudore che scende sulle labbra.

P.S

Lettere ritrovate

Avevi una faccia così bella amore mio, e ti vedo ancora, sfogliando le foto, o abbracciandoti nei pomeriggi di luce bassa. Nel tuo camminare per sentieri di campagna sento la violenza dei tuoi anni disperati, e quei silenzi che nessuno sentiva. E io dov’ero? Scappavo, scappavo amore mio, su quei treni che frenavano amianto, e cercavo in giro per l’Italia una faccia bella come la tua. Credimi era così. Oggi i tuoi occhi reclamano pace, ché di guerre e di parenti scemi, di ricordi orrendi non ne possono più.

Quelle gonne colorate, e quei sorrisi, quelle scelte folli di mollare tutto e tutti in quei giorni di maggio, dove sono ora? Staranno fuggendo su qualche altro treno: doniamo il ricordo della nostra storia a quella ragazza che abbassa gli occhi e sogna già dal mattino. E noi che amiamo il tempo, i fiori e le attese, ora come possiamo sederci leggeri e mangiare ciliegie fino al tramonto?

Io cantavo le canzoni dell’eroe perdente e tu ascoltavi il tuo barbuto amato cantautore. Fuori pioveva, e quella pioggia ci piaceva tanto: poi tutto si scioglieva in pianto. Amore. E quelle lenzuola che coprivano anche tutti i sentimenti, e quei pensieri per terra che tentavano fughe d’amore, dimmi, te li ricordi oggi?

Seduto sotto al melograno sento il tempo che scricchiola nel ricordo, e con gli occhi fissi sul prato ammiro più di ieri quei corpi sottili dei nostri figli.

P.S.

L’amore accanto

Com’era coinvolgente quella musica che c’era, e tutto quel vin brulé che passava di mani in mano, e scendeva giù in gola lentamente. Si ballava scatenati, improvvisando passi mai provati prima. Una serata decisamente movimentata, allegra e fortunata per il tempo, spensierata e rilassata per le persone. Poi l’ho vista. Seduta sugli scalini della chiesa, era immobile, bionda, e pareva leggera davanti a quella facciata austera; eppure riuscivo a vedere quegli occhi muoversi all’impazzata, che filmavano quelle scene di allegria, per noi, impegnati a divertirci senza pietà. Non pareva frustrata da invidia o timidezza, anzi, appariva appagata da tanta visione. Soddisfatta, forse pensava alle prossime scene di stupore da farci godere negli anni a venire. M’innamorai all’istante. Mi avvicinai pure, di qualche centimetro, almeno credo di ricordare così, considerato il vino e le altre donne presenti. Di certo da quel momento la mia serata afferrò un altro sentimento e abbandonò di colpo l’allegra spensieratezza delle vacanze di Natale. Mi ero accorto prima del tocco della mezzanotte di essere solo, nonostante il mio amore fosse là: in braccio al suo stupore.

Sono passati trent’anni e anche ora sono solo, nonostante il mio amore sia qui.

Quello di cui parlo sopra non è l’amore carnale, vivo, fatto di litigi e carezze, no, quell’amore là aveva un vestito, uno sguardo, un profilo che non assomiglierà mai del tutto a una donna. Quell’amore là aveva il potere di condizionarmi la vita, aveva il fascino maligno di assoggettare la mia persona a un ordine assoluto, inesistente. Quell’amore là è figlio dei miei vaghi anni ottanta, a sua volta quell’amore era figlio della fame, che si sa, partoriva figli non del tutto sani.

La mia tara, il mio bisogno di riemergere dalla tara, la velleità di riuscirci con un’immagine sgranata o con delle lettere splendenti, questa è oggi la mia solitudine con quest’amore accanto.

Sopravvissuto alla leggerezza, al disastro della tua mente, eccomi lentamente esistere.

P.S.