Sono state giornate

Sono state giornate, giornate d’attesa, giornate di pioggia sottile. Giornate in cui una melodia di fisarmonica legava assieme le nostre ombre lunghe, lasciate ad asciugare come una balena alla deriva, mentre noi, più lontani, setacciavamo la sabbia del mare, da una parte avremmo messo i granelli di silicio, dall’altra i granelli di sale.

Sono state giornate di vento forte, sono state giornate di sguardi di occhi di terra, sono state giornate di sguardi di lupi affamati.

Sono state giornate di bocche piene di parole, giornate di pagine infinite sulle quali mi divertivo a spuntare le tue matite colorate. Sono state, le nostre, giornate lunghe come il tempo degli uomini, sono state giornate.

Sono state giornate di Carver e Merini, Merini e Campana, Campana e Jannacci, sono state giornate di canzoni che parlavano di uno squalo tra due margherite.

Sono state giornate nude, senza neanche la voglia di prendere a calci un sasso, sono state giornate presuntuose, quando pensavamo di saper volare e imitando il rumore degli aeroplani aspettavamo che ci crescessero le ali. Sono state giornate di schianti inimmaginabili.

Sono state giornate di silenzi limpidissimi che scivolavano sulla nostra bocca come un chiattino scivola sull’acqua dura di un canale di Venezia, che a sua volta lo fa come un’astronave lungo un tramonto africano.

Sono state giornate di baci alti due metri, di passi misurati in litri e di una sensazione immobile che si faceva chiamare Mattino; sono state giornate passate a inventare storie, prima di fare l’amore, dopo aver fatto l’amore, durante l’amore e sempre.

E l’amore si faceva così: compilando la lista della spesa, travasando un geranio, schiacciando un pinolo, sbucciando una cipolla, mangiando insieme un’albicocca; l’amore era guardati prendere un appunto, sospirare un umore, sbagliare un’equazione, rompere un bicchiere.

Sono state giornate passate a suonare al civico sbagliato, a camminare sulla strada sbagliata, a inseguire la cosa sbagliata, ad aspettare l’autobus sbagliato alla fermata sbagliata, all’ora sbagliata nel giorno sbagliato; sono state, insomma, giornate in cui, onestamente, si perdeva un sacco di tempo.

Sono state giornate di storie fantastiche, storie di uomini impossibili, con valige blu e palloncini rossi, ficcati dentro fottutissimi mondi in bianco e nero. Sono state storie da morir dal ridere, di gente che inciampava su una buccia di banana, che inciampava sulla sua vita, che sbatteva agli spigoli, che non pagava debiti, che perdeva la casa, che si impiccava agli alberi, che si sparava in bocca; sono state giornate di bombe nelle scuole, giornate poi di parole, parole, e ancora parole; sono state giornate in cui non c’era neanche un cane a chiedere scusa, sono state giornate in cui si dimenticava in fretta, per l’incubo del passato, verso un futuro marcio. Che ridere.

Sono state giornate.

L.J.M.

nota: la foto di questo pezzo per “vadoalcessoetorno” è stata presa da qui 

http://giorgianna.style.it/2008/09/30/dagli-occhi-di-un-bambino-2/ .

Che lo sappiano tutti, anche Giorgianna. Con un grazie.

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