Oceano

Mi viene in mente il tempo vissuto nello specifico, nel dettaglio di ogni mio difetto. Il pregio di un sorriso che non mostra i denti, nell’amore che posso, nella consapevolezza che so, nelle carezze che mi porto addosso. Come un filo elettrico scoperto: più pericoloso per gli altri, che vulnerabile in se stesso e per ciò che lo attraversa.

Mi viene in mente il silenzio d’oriente, una vita lenta, un bacio sugli occhi prima di ogni sonno, un bacio sui polsi a ogni risveglio.

Mi viene in mente l’agilità del sogno, la sua natura cangiante, il suicidio del corpo, le prospettive del piacere.

Mi vengono in mente vele di tela bianca, anime tese e sguardi che sono assi infinite e splendenti; mi viene in mente il tuo amore marinaio, il nostro sesso lento, la nostra intesa pirata.

Mi viene in mente una spiaggia di silicio, freddo attorno, corallo consunto, barba, occhiali, maestrale, e tu dentro il mio abbraccio.

Mi viene in mente il nome che una zingara ha letto sopra i miei palmi, mi vieni in mente il nome con cui avresti voluto chiamarmi tu; e invece io mi chiamo Estate.

Mi vengono in mente i tuoi occhi, che sono le consonanti della parola amore. Mi viene in mente il suono del mio arrivederci sotto la pioggia di ottobre.

Mi viene in mente l’ombra dei fili per il bucato sul tuo corpo nudo, bello e tremante nel freddo delle cinque; una fontana buona come una madre; la tua schiena ricurva come un violoncello, e io che cadevo dentro i tuoi occhi che erano la notte, come un sasso di fiume dal quinto piano, che pure sono.

Mi viene in mente un infinito cielo, una corsa sino a non sentire più le gambe, e tutta la voce che posso urlare contro il mare; mi viene in mente lei, con una pesca in una mano, una poesia nell’altra, e una canzone di Faber sulla bocca; mi viene in mente il suo gesto infinito degli occhi e insieme della testa, a vaticinare sul mio buonumore.

Mi viene in mente quel silenzio che sono stato, che attraversava strade, muri e porte solo per dormirti accanto, senza svegliarti, senza nulla pretendere; mi ricordo il tuo sorriso che era un accordo di Sol Maggiore, i poi come dei pagani, i tuoi occhi dominavano sulla luce.

Mi viene in mente di esserci entrato per sbaglio qua dentro, con la scusa dell’alcol, con la scusa della distrazione, e la persona che sta bussando a questa porta, perché vuole entrare, è la stessa persona per la quale ci sono entrato io; mi sembra di sentire la sua voce chiamarmi piano:

Oceano.

L.J.M.

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