I nostri sogni

Come eravamo belli, io con il naso sprofondato nei tuoi capelli, respiravamo all’unisono lo stesso profumo di mandarini e pane caldo, trattenendo sul palato gli stessi sapori di vino rosso e marmellate amare; così piccoli che potevamo stare dentro lo spazio di un passo, che tutta la complessità dei discorsi si esauriva nella semplicità di un bacio. Com’eri bella, così meravigliosamente di sinistra, ingenua e saggia allo stesso tempo, rivoluzionaria, nutrita di una rabbia buona, di onestà sincera.

Ho fatto di tutto per non farti accorgere di come ci stava cambiando il modo, e di come ci avrebbe corrotti, lentamente, senza neanche accorgercene, ci saremo svegliati un giorno alla catena, a fare la guardia al nostro metro quadro di libertà; ho fatto di tutto per non farti accorgere di questo, e ti accarezzavo con una mano il volto, inventandomi un sorriso, nascondendo la fatica di portami addosso la parte di me stesso dolorante, che per sedici ore al giorno aveva rinunciato alla fantasia; e lentamente senza che a te fosse dato modo di sapere, moriva.

E questo io l’ho fatto solo per te, per proteggerti, per quanto mi sia stato possibile, dalla realtà. Volevo lasciarti credere alle tue ingenuità che tanto ti avevano reso felice e bella da morire, alle tue rivoluzioni da liceale, ai tuoi orti di pensiero, fatti di pezzi di grandi letture, e anche di piccole, di parole insomma, di immagini, di musica, di libertà a ore; e il conto alla rovescia era già finito da un pezzo, e io lo prolungavo di giorno in giorno, di settimana in settimana, di anno in anno.

Le ho viste le immagini dei tuoi eroi massacrati dai manganelli, l’ho sentito il tuo rimprovero muto per le mie camice stirate, per il mio lavoro serio, per il mio modo di essere così maledettamente adulto, e forse avevi ragione, e questo io lo so, quello che non sapevi tu, era il mondo com’era fuori da quella stanza, e non potevi saperlo perché te l’avevo sempre nascosto; non potevi saperlo così come non potevi sapere del sapore metallico in bocca con cui mi svegliavo ogni mattina, non avevi cognizione di cosa voleva dire dormire venti ore di sonno in una settimana, non potevi sapere quanto male facessero le manganellate invisibili sulla schiena che incessantemente martella la società, non potevi sapere il prezzo delle mie rinunce.

Non ricordo bene il momento esatto, ma niente a un certo punto è stato semplice, lontano da te, tutto precipitava in un sistema complesso di cose, mi avevano cambiato, mi ero lasciato corrompere, per evitare che cambiassero te.

I nostri sogni erano la copertina di un libro tutto da scrivere, ed è successo che nel momento in cui eravamo pronti per iniziare, siano venute meno le parole, ed è capitato poi che gli altri non ci abbiano visto nient’altro che un mucchio di pagine bianche.

Rimangono idee, libri, immagini, musica, tutte cose che adesso servono solo a renderci nostalgici, e stupidi quanto basta per essere reali, che poi non vuol dire nulla, essere reali è solo un umore del tempo.

Sono scappato qua dentro perché mi sono accorto che stava succedendo, non ero più in grado di nasconderti al mondo, e come la luce di un mattino adesso sto entrando nella tua stanza, a dirti:

“Ciao, io sono la realtà”.

L.J.M.

nota: immagine ed elaborazione grafica a cura di E.Z.

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