Futuro semplice

Quando capisci di aver perso il controllo, quando ti accorgi che avresti bisogno di sederti un attimo, quando ti accorgi che non lo facevi da tempo, quando i colori di tutto ciò che ti circonda divengono una sfumatura indefinita, quando le forme si intrecciano, si annodano, si annullano l’una con l’altra, quando deleghi tutto al sentire, quando non è più una tua competenza il capire. Quando può essere abbastanza, quando sai che oltre quella misura niente è più possibile. Quando capisci che non esiste niente, quando tutto, ma proprio tutto risulta essere una finzione, quando prendi coscienza dei margini di questo teatro di posa, quando vedi i fogli di tutto ciò che è già stato detto, scritto, sognato, bruciare per autocombustione. Quando senti che ciò che sei è la soluzione finale, la cristallizzazione definitiva, quando sei il risultato di un processo irreversibile. Quando gli atti di semplificazione aprono i sogni ad un complesso di parafrasi impure. Quando non si può più tornare indietro a correggere la naturale latenza degli addii, quando il senso naturale delle cose è invalidato dalla retorica della verità, quando i volti della gente sembrano deformati da specchi di luna park. Quando inghiotti senza masticare, quando non senti più il sapore, quando fotti come per uccidere, quando sciogli le riserve ad ogni qualunque tipo di resistenza, quando il pudore è una maglietta slabbrata, quando il dolore è l’unico modo per sentire ancora qualcosa, quando sei stanco di usare la parola tempo, quando sei stanco di subirlo, quando usi il l’alcol come un macchina per tornare indietro, quando poi ci torni indietro, quando vivi quella illusione, quando vivi ancora una volta nei suoi occhi, quando muori tra le sue braccia, quando era semplice dire la parola amore, quando il sesso è il viaggio di ritorno, quando la realtà è un compromesso tra la sua origine e la sua scissione, quando tutto è confuso in un vortice virtuoso, quando ti senti inutile come uno straccio per lavar per terra, quando ti senti il manico di uno strumento per il lavoro, quando non conosci il nome della mano, dell’uomo che ti afferra, quando non conosci il prezzo della tua fatica, quando non vali neanche più quel prezzo, quando sei posto al margine, quando lo sei per aver dato il cattivo esempio, quando non sei adatto, quando sei fottuto, quando hai creduto che potesse essere diverso, quando non è una questione di senso, quando il tempo, era il tempo dei “c’era una volta”, quando gli attimi di felicità sono risate di clown sgangherati, quando i plausi sono affetti da difetti di quantizzazione, quando i conti non tornano, quando spalanco gli occhi per inghiottire tutto il sole possibile, quando poi mi richiudo in un buio dolce, nel mio intimo irraggiungibile, nel mio oceano profondo. Quando sono là, dove tu non puoi arrivare, quando tutto si dispone in un ordine di cose normali, quando riemergo scalando le mie pareti bianche, quando ti ritrovo mai stanca di aspettarmi, quando mi chiudi gli occhi per scioglierli dal sonno, quando mi prendi per mano e mi accompagni senza mai chiedere il perché, verso il mio futuro semplice.

I miei pensieri, semplicemente.

L.J.M.

nota: immagine ed elaborazione grafica a cura di E.Z.

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