IDROGENO LIQUIDO (Appunti, articoli, poesie, psicosi immediate. Dalla carta alla rete.)

(Appunti, articoli, poesie, psicosi immediate. Dalla carta alla rete.)

Sottosuolo

Sapore gastrico

E scintille

Di sette

 

Affidatevi al sottovuoto

O creature sommerse

I vostri pascoli musicali

Arderanno nelle notti d’estate

Illuminando di giallo le feste ubriache

E gli acquitrini di latta

Stagnare sull’asfalto drenante

G.U.

Considera le galline

 

Che per le galline radical chic, che becchettano sementi oleose e ingollano vermi di Eisen, sia poi tutto così semplice come a noi sembra, é ancora da dimostrare.

Nonostante la presunzione con cui ci approcciamo ai pennuti, che alleviamo allo scopo di nutrirci dei loro embrioni, essi hanno nello sguardo un profondo bagliore, che può anche assomigliare al lume della genialità. Siamo sicuri riguardo ai ruoli? Considera le galline, e poni i più profondi quesiti esistenziali che ti affliggono a quei rotondi occhietti laterali. É facile.

G.U.

Amo e temo

Aveva il cuore in panne, le mani sporche. Questa frase banale non riusciva a non scriverla, la sentiva: batteva in testa dall’alba. Una volta scritta è rimasta a imbiancare una giornata di ricordi e rimorsi: di fantastici pensieri arrapanti. La vita pulsava nelle cosce, tra le dita e picchiava il vetro, desiderosa di apparire. Che cosa importa di quello che non farò mai? Scriveva via whatapp alla persona più lontana, eppure più condizionante che si ritrovava tra i pensieri in quel periodo. Gli amici si erano dileguati, i parenti nascosti e la sua famiglia lo intrappolava di affetto ogni santo giorno. Con lei dialogava e ne riceveva critiche e incoraggiamenti che copulavano tra loro, ma restava quell’amaro di non dirle tutto fino in fondo, di non rispondere a tono, di non farla ridere abbastanza. No, non la amava come si rischia di amare una donna, verso di lei, a parte il primo periodo di scoperta e desiderio, provava un netto affetto distillato dalle evidenti differenze di ambiente e cultura. La adorava. La temeva. La aspettava. Questo per diversi anni, che nel frattempo si riempivano di lavori nuovi, di pensieri vivi e di rughe notturne evitate allo specchio. C’era un’aria bella, di disastri mai arrivati e di racconti scritti in fretta per paura di morire prima del punto. Di viaggi mai fatti, di baci mai dati, di azzardi mai esplosi. Di calma per non impazzire. Di rancori mai eseguiti. Di amici persi dietro a gatte capricciose, ferite su vie pericolose.
Di figli che rimano rap e aspettano nervosi un padre che si faccia da parte pur continuando ad amarlo in disparte.

Una fine di scrittura, un finale di lettura. Una resa al mondo troppo grande, un’attesa che nulla cambi veramente: amo e temo questo tempo imperfetto.

P.S.

Appesi per le gambe

Appesi per le gambe

Inesatti a definirsi

Sulla strada triboli arrugginiti

Postmedioevo vomitevole

Vogliamo valvole di sfogo

Pretendiamo l’incantevole

E camminiamo storti con i buchi sotto i piedi

 

E l onda di frequenza

Trafigge I nostri spazi sonori

Più simile al binario del suicida

Coi brandelli di cervella

Sparsi tra le pietre

Insieme ai mozziconi

G.U.

Caterina

Caterina mi ha chiesto di scrivere qualcosa su quello che le è successo in questi anni. Caterina insiste che io lo faccia, poiché a lei uscirebbe solo rancore verde dalla bocca, e alla fine non sarebbe poi così bello da leggere. Caterina la prima volta che l’ho vista era bellissima. E già allora aveva subito la bestialità dei cugini, ma era bellissima lo stesso. Ma non vuole che scriva di loro, troppo facile mi suggerisce. Le bestie restano bestie, anche trasfigurate in un romanzo. Lei mi invita a scrivere del troppo affetto famigliare che alla lunga è diventato inganno. Certificato da un notaio e disvelato da un agente immobiliare: Mi hanno fregato e soffocato. Forse quegli abbracci stretti stretti di mia sorella quando ero piccola, ne erano soltanto un prologo appiccicaticcio, mi scrive il 12 dicembre del 2016.

Caterina è scappata in Africa, era il suo sogno sin da bambina. Invia poche foto da laggiù, perlopiù le pubblica su facebook per promuovere l’associazione per cui lavora. A me scrive lunghe mail piene zeppe di particolari della sua scorsa vita ingenua, così definisce il periodo beato e tragico vissuto in famiglia. Caterina col suo rancore ci va a correre insieme nei campi aridi africani, e al rientro è già diventato solo abbondante sudore pronto a immolarsi sotto la doccia. Lei lotta contro il rancore per diventare migliore. Questa frase me la ripete ad ogni pié di mail. A lei piacerebbe diventare un albero, come quelli piegati sulle rocce davanti al mare. Sempreverdi, nonostante il libeccio e l’inquinamento. Caterina non sa che io sto già scrivendo la sua storia ingenua. Lei preferirebbe far partire questo racconto dall’Africa, per poi tornare indietro fino a quella culla di vimini mai abbastanza cullata dalla madre, sempre indaffarata col marito e per l’azienda di famiglia. Ma sono costretto ad ingannarla anch’io, così posso scrivere delle buone menzogne di volta in volta, mail dopo mail, e così mi illudo di alleggerirla un po’ dall’incubo della vecchia vita ingenua. Almeno ci provo in queste pagine prive di baobab e di mare d’inverno.

Caterina va in Africa per non amare più solo per essere amata ancora di più, ora si lascia prendere dai sentimenti sedimentati da piogge torrenziali e storie ventose, per poi ripartire di nuovo all’alba di corsa contro l’odiato rancore e sentire il piacere del sudore che scende sulle labbra.

P.S