Quelli

Quelli poi non l’hanno mica letto il mio racconto. Ci ho impiegato un mese per scriverlo: tutte le mie ferie d’agosto. Porca miseria, va. Loro andavano al mare ed io ticchettavo con il ghigno moraviano che mi faceva apparire misterioso, sì, ma lo ero soltanto per mia suocera che preoccupata continuava torva a occhiarmi. Ma come, scrivo un racconto grosso, gonfio, romanzato, purafiction e tu, oggi, gennaio 2017, ancora non ti degni di leggerlo?

Porca miseria!

Mo’ organizzo ‘na serata a tema a casa mia: tutti mascherati da scrittori. Scegliete: chi da esistenzialista, chi da romantico, chi da tardo fricchettone, eppure gli scansati vanno bene, eh. Io mi maschero da contemporaneo di nicchia.  

Ci rido su, per dio. E poi verso vino, e ascolto tutte le vostre battute col ghigno da scemo eccitato, a un certo punto mi metto come al solito vicino alle femmine e parlo e ascolto i problemi e le frustrazioni tipiche della nostra età: certo che ‘sta smania nevrotica la conservo pure quando rido da scemo. Poi, all’improvviso, vado in camera e mi vesto tutto di bianco, prendo una sedia impagliata e ci salgo su e mi metto a urlare sguaiatamente: perché non avete ancora letto il mio racconto? La prucidana si è impossessata di me, vecchia e informe femmina dei vicoli della mia infanzia. Così, prima che cali la tensione nel salone, entra Antonio – avvisato via sms – e prende la sedia, inforca gli occhiali e comincia a leggere il mio racconto. “Nel ’92 feci una breve vacanza…” Io accanto a lui abbasso lo sguardo e godo, come un cagnolino godo nel sentire queste parole uniche, mie, che cadono addosso a voi, mezzi imbriachi e mezzi schizzinosi. Eccheccazz! Ho sprecato le ferie, con gli occhi di mia suocera addosso, senza aria condizionata nella stanza, neppure una limonata con quel caldo e tu, voi, che leggete tutti i post di fèsbùc, tutti, pure quelli di zia Lia dal Lussemburgo, ma non degnate di una letta il mio enorme racconto? Maledetti! Antonio a un certo punto molla, dice che non c’è attenzione in sala. Già, lui è abituato alla sala Umberto; ma gli ho pure pagato il taxi, e dato tre litri di olio buono in anticipo. Anto’, sussurro, Anto’ che figura di merda, non mollare pure tu. Anto’…

 

Eccomi nella saletta del pronto soccorso a leggere l’etichetta del sedativo giallognolo, c’è un sole pallido fuori, e capisco tutto, senza che me lo dica il signore magro e brizzolato tutto incamiciato di bianco: le ferie son sacre, la prossima volta porta una limonata alla suocera e scappa di corsa al mare a limonare con tua moglie.

 

Ma lo vuoi leggere o no ‘sto racconto?

 

(La prego, signore, si corichi adesso e sogni le prossime ferie).

P.S.

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