Lettera da Beslan (estate 2004)

A quanto pare, c’erano state solo le strida

degli uccelli spaventati, e nessuno aveva

mai creduto possibile che un grande freddo

si preparasse a scorrere come una falce

sull’innocenza dei prati. Gli uccelli

erano volati lontano: confusi, forse,

come chi non riconosce più le stelle,

i tetti, le case. C’era stato anche un vecchio

Labrador che aveva abbaiato per giorni

e per tutta quell’ultima notte.

Ma solo quando si è capovolto l’universo

qualcuno ricorda che il cielo era vuoto,

come se, nonostante l’afa, ci fosse

un inequivocabile annuncio d’autunno.

È stato un attimo: la grandine

è scesa con una violenza

di cui nessuno aveva più memoria

e nei campi diventati di pietra

tante giovani vigne hanno perso l’età

e molti grappoli d’uva

sono caduti a terra, sono caduti gli uni

sugli altri tra le grinfie della notte.

Era come sentire il rantolo pasquale

dell’agnello scuoiato, poi è stato il fumo

che ristagnava denso

e questa mano che non sa tracciare altro.

Ah, incendiata Beslan, inestimabile

gioia se ne è andata insieme a loro,

mentre gli ingranaggi del tempo

non girano più che a vuoto

e il paese è diventato ormai così piccolo

che non c’è casa in cui non si cerca

un’abitante che non c’è più.

Ah, se ti avessero ascoltato vecchio Labrador,

ora solo i bambini che non vanno a scuola

alzano gli occhi al cielo di tanto in tanto:

sembra che nessuno di loro

abbia più rivisto un solo uccello, e questo è quanto.

E.G.

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