Forte di fragilità andate

Da piccolo ambivo alla santità e ricordo che la sera, prima di addormentarmi, parlavo coi santi: su tutti preferivo Sant’Antonio, chissà perché. Silenziosi discorsi sul Bene e sul Male, sulle bestemmie dei miei amici ascoltate durante il giorno, del perché dei litigi furiosi tra i miei, di come amare Daniela la bionda senza vergognarmene, o dell’amore consolatorio per il mio orto di pomodori e melanzane.

Così fino ai dieci anni. Poi cominciai a giocare a pallone tutti i santi giorni, fino ai quindici anni. Poi le fughe. Tornando ai quindici, ricordo l’incontro col parroco in pineta: G., perché ti droghi? E io: Eh? E poi la mia faccia che oscilla tra la risata e la vergogna. Io? Ma non è vero, io… (intanto scorrevano nella mia testa l’idiozia di questo parroco, cieco quanto uno scemo, insieme alla sua puzza di incenso andato) non fumo nemmeno… e poi gioco solo a pallone… ma chi te l’ha detto? E lui con giri di parole che sbattono contro gli alberi non riesce a dirmi niente, proprio niente: ha gettato l’amo, il parroco, credendo di tirare fuori un drogato da salvare. Intanto da lì a poco sarebbero morti di overdose tre miei compagnetti d’infanzia, che già facevano i viaggetti fino a Casal di Principe, e io invece nemmeno una canna al porto. Così, memore delle servite di messa, delle suonate di campane, delle benedizioni fatte negli anni di santità, metto su con un amico una truffa. Andammo a chiedere alle vecchine, con tanto di santini in mano, i soldi per ristrutturare la chiesa per conto del parroco: alzammo parecchi soldi, all’insaputa del parroco, ovviamente. L’indomani mi tagliai i capelli alla punk-paesana e presi il treno con la sigaretta in bocca di sguincio.

Tornai anni dopo. Il parroco tonto era morto, sostituito da un ragazzo africano. L’ho salutato, mi sono seduto sul gradino di marmo dell’altare e gli ho raccontato di quando ho fatto il diavolo, e lui senza tonaca e con un sorriso fresco e smaltato mi ha perdonato.

P.S.

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