Quindici anni

A quindici anni stavo rischiando la testa. Ricoverarono mia madre in clinica, era una mattina di marzo e gli occhi di mia zia mi spararono una sentenza in mezzo alla stanza. Cominciai a espiare andando tutti i giorni a trovarla, l’unico della famiglia così assiduo. Mio fratello stava in servizio militare, mio padre lavorava sempre e mia sorella si era appena fidanzata. Sulla corriera fissavo il golfo che curvava come la mia vergogna. Davanti al cancello facevo piroette strane prima di entrare. Poi scivolavo dentro al viale in pendenza fino al mare. E poi cancellate, porte, corridoi e camici sfiorati di corsa. Sudavo sempre, mi gonfiavo di tutta la sensibilità che avevo e facevo le ultime scale come se fossero verso il cielo: quell’enorme mistero volò. La prima volta che andai nella stanza non la trovai, ma sentivo la sua voce che interpellava una signora tarchiata dell’entroterra: e tuo figlio è fidanzato? Mi raggelai. Ancora un’altra prova: conoscere anche la dolce signora ciociara. Eppure dopo cinque minuti stavo già seduto di sguincio sul suo letto profumato ospedale a bere un succo yoga. Sedevo tra una loro discussione sui figli e una finestra con inferriate color panna. Era una tempesta tiepida di parole che sapevano di tranquillanti, e forse rappresentavano il collasso di certe famiglie anni ottanta: tanto benessere appena assaggiato, inadeguato per fragili menti da dopoguerra affamato. Poi scesi al bar con loro, c’era il jukebox, c’era Lucio Dalla, e io a ballare impacciato con due donne spettinate che si lasciavano abbracciare dal golfo più bello del mondo. E così ridevano fino al buio, fino a quando io non arrivavo sano e salvo a casa.

P.S.

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