Siamo sopravvissuti al niente

Siamo sopravvissuti al niente, ed eccoci qua onesti e spietati ad ammirarci i piedi, con queste nostre smorfie che dovrebbero conservare nelle teche dell’umana pietà.
Da decifrare nei futuri pomeriggi all’università, e poi birre, locali, cosce e qualche isolata bugia, come sempre si fa. Tu baciavi male, e te ne stavi sdraiata come nei film, mentre pensavi a tuo cugino rimasto laggiù. Così mi trascuravi almeno una volta al mese, specie il venerdì notte (pensiero post-erasmus come tanti, tra gli anni ’90 all’infinito).

Vecchia amica mia siamo pezzi di glorie agonizzanti, e mai che ci sia tra questi giovani antagonisti uno che immolasse la propria bella rigidità: per trasmetterci un’umana elasticità. La riccia ribelle è indiavolata coi potenti ma non sa captare un segnale terra terra che arriva dal suo vicino incarognito: quello sta scoppiando di gelosia e sa mimetizzarli in colossali dispiaceri familiari.


Scendi dai, e vieni a versarmi quel caffè macchiato di tregua, col tuo vestito migliore, magari dentro a una mattina dove non c’è neppure il sole.

P.S.

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