Gli orologi

Un lunedì mattina alla malcapitata di turno si rompe l’orologio, che peraltro è anche un caro ricordo di famiglia.

Affannata e smarrita, perché in simili frangenti è come non mai necessario incastrare gli orari con l’abilità di un cesellatore svizzero, si aggira frettolosamente per le strade, capitando nel quartiere ebraico della sua città.

Ad un tratto il suo viso si illumina, perché si accorge che, tra infinite giravolte, è finita proprio davanti al laboratorio di un orologiaio, come testimonia la miriade di orologi di ogni tipo che fa bella mostra nella vetrina.

La nostra entra e subito si rivolge al proprietario, un gentile vecchietto con la kippah in testa che siede dietro il bancone, esponendogli il suo problema.

Quello la guarda e dice:

“Mi dispiace di non poterla aiutare, signora. Vede, io non riparo orologi: la mia abilità è quella di essere un meshuggah, circoncisore, al servizio della nostra comunità. Comunque, se vuole, c’è un orologiaio molto bravo a circa venti metri da qui, svolti il prossimo angolo a destra”.

L’indaffarata lo ringrazia e fa per uscire, ma si ferma sulla soglia, tormentata da un dubbio; torna al bancone e chiede ancora al vecchietto:

“Scusi, sa, ma se non è un orologiaio, perché affollare di orologi la sua vetrina? Qualcuno, come me, potrebbe esserne sviato”.

Il vecchietto la scruta attentamente attraverso i suoi piccoli, tondi occhiali:

“Perché, secondo lei, cos’è che dovrei mettere in vetrina?”

G.V.

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