Ero suo

Come ho fatto a fidarmi di quella stronza, così sporca, così persa nella sua cocciutaggine. Veniva avanti la sera con tutto quel nero tra gli occhi. Era bellissima. Ero suo. Un’intera generazione ai suoi piedi, quei suoi luridi piedi che calpestavano terre di mozziconi e tappi di birra, inciampando su bottiglie vuote, bestemmiandoci su. Con Dario si andava il sabato per vederla danzare: neanche un palco per la divinità, solo pedane dozzinali. Alla fine della serata uscivamo con la testa abbassata e ciancicavamo motivi blandi sull’inutilità di vederla ancora. Anni sprecati davanti a dread, bandiere della pace, dischi inascoltabili e cani che si azzuffano al centro. Un mondo di bimbi, un mondo di stronzi. C’erano degli amici che quando ci entravano quasi s’inginocchiavano, e restavano in silenzio spalancando la bocca: osservavano quei tuguri come meraviglie del disagio. E io con loro; sentivo che una grande cazzata ci stava rubando le nostre migliori energie, eppure ci restavo, e osservavo quei muri neri colorati. Ma cos’altro avrei potuto fare? Imparare il latino? Fare il programmatore? Stavamo a pezzi e quei luoghi ci sembravano lievi coriandoli che ci cadevano sulle teste: come pezzetti di momenti necessari. In quegli angoli bui, in quelle stanze dense di disagio e arroganza, cresceva un ibrido desiderio di riscatto. Da tutto il resto, compresi quei luoghi, forse. Eppure si cresceva anche lì, con quei gesti grezzi si guardava meglio il bianco da costruire. Poi c’era musica gratis, e tutti là dentro ci sembravano spietati e liberi, nel loro essere nevrotici e soli. Senza quei luoghi saremmo stati tutti più buoni, pur rimanendo nella nostra ipocrita lucidità da strapazzo.

P.S.

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