L’amore accanto

Com’era coinvolgente quella musica che c’era, e tutto quel vin brulé che passava di mani in mano, e scendeva giù in gola lentamente. Si ballava scatenati, improvvisando passi mai provati prima. Una serata decisamente movimentata, allegra e fortunata per il tempo, spensierata e rilassata per le persone. Poi l’ho vista. Seduta sugli scalini della chiesa, era immobile, bionda, e pareva leggera davanti a quella facciata austera; eppure riuscivo a vedere quegli occhi muoversi all’impazzata, che filmavano quelle scene di allegria, per noi, impegnati a divertirci senza pietà. Non pareva frustrata da invidia o timidezza, anzi, appariva appagata da tanta visione. Soddisfatta, forse pensava alle prossime scene di stupore da farci godere negli anni a venire. M’innamorai all’istante. Mi avvicinai pure, di qualche centimetro, almeno credo di ricordare così, considerato il vino e le altre donne presenti. Di certo da quel momento la mia serata afferrò un altro sentimento e abbandonò di colpo l’allegra spensieratezza delle vacanze di Natale. Mi ero accorto prima del tocco della mezzanotte di essere solo, nonostante il mio amore fosse là: in braccio al suo stupore.

Sono passati trent’anni e anche ora sono solo, nonostante il mio amore sia qui.

Quello di cui parlo sopra non è l’amore carnale, vivo, fatto di litigi e carezze, no, quell’amore là aveva un vestito, uno sguardo, un profilo che non assomiglierà mai del tutto a una donna. Quell’amore là aveva il potere di condizionarmi la vita, aveva il fascino maligno di assoggettare la mia persona a un ordine assoluto, inesistente. Quell’amore là è figlio dei miei vaghi anni ottanta, a sua volta quell’amore era figlio della fame, che si sa, partoriva figli non del tutto sani.

La mia tara, il mio bisogno di riemergere dalla tara, la velleità di riuscirci con un’immagine sgranata o con delle lettere splendenti, questa è oggi la mia solitudine con quest’amore accanto.

Sopravvissuto alla leggerezza, al disastro della tua mente, eccomi lentamente esistere.

P.S.

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