Mio padre era un osso di seppia

Ho ritrovato mio padre sulla spiaggia di Anzio. Era diventato un osso di seppia, striato da questi anni di silenzio. Stavo davanti agli scogli, infreddolito, solo, lontano non vedevo nemmeno un’isola: mi sforzavo d’immaginare la sua barca anni cinquanta con quelle reti scure d’acqua. Sì, potrei raccontare che vendevi il pesce al mercato, e che restavi ad Anzio circa tre mesi l’anno. E dormivi rimpicciolito nella stiva, e mangiavi pane e alici fritte. Il vino bianco la sera. Un film la domenica. Gli occhi sui culi delle donne locali, nessuna avance, era un’epoca strana: facevate all’ammòr’ ma non ci avete raccontato da dove partiva la seduzione. Dalla fame? Dal sale, dall’argilla che t’impastava le braccia?

Poi mi sono tuffato e faceva meno freddo, l’osso di seppia se ne stava sugli scogli che morivano nella sabbia nera e bollente di ieri, e aveva il cappello di mio figlio messo di traverso.

P.S.

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