Intermedio

Stamattina per rinverdire le foglie dell’albero della mia anima mi sono messo ad ascoltare un album scaricato tempo fa che non ho mai approfondito: Odelay di Beck, e che peraltro è vecchissimo (1996). Io faccio così: scarico tonnellate di album e poi ascolto dieci secondi presi dal centro di ogni brano, e sulla base di quei centoventi centotrenta secondi decido se tenerlo. Il che non significa che poi lo ascolterò, ma semplicemente che lo terrò chiuso in una qualche cartella. E stamattina tocca al vecchio Beck per farla breve. Accendo il mio stereo da millemila euro costatomi un rene una cornea e svariate cellule cerebrali e pigio play, e nel frattempo mi decido a lavare il bagno disastrato dopo le feste. 

Sono là coi miei guanti gialli da massaia e le maniche rimboccate che conduco una lotta serrata col calcare e la testa mi si svuota. Succede. A tratti quello che fai è così noioso che la testa si mette a vagare liberamente nell’etere. E la testa è un organo meraviglioso. Io la vedo così: la centralina dentro al cranio assorbe informazioni senza la mediazione della ragione, come quando sogni, e tutto quanto rimane cosciente di te (nel mio caso i guanti gialli e la volontà di combattere le incrostazioni sul piatto doccia) vi assiste senza poter fare nulla. Come in un film. Detto così sembra figo, ma la realtà è che non saprei dire se ho provato piacere. 

Ma tornando al disco: arrivato fino ai gomiti ai più lontani e malvagi interstizi del water, mentre come Frodo Baggins annaspavo di fronte al potere del male assoluto, ho considerato tra a me e me quello che ne pensavo. Carino, vagamente folk, ogni tanto sonorità stridenti che a lui piacciono un sacco. Diamogli una chance, Beck è un vero figo. È un artista Indie VERO, non una di quelle ciofeche hipster che adesso cercano di spacciare per indie. È uno che ha vissuto dieci anni per strada, che ha provato qualunque cosa senza compromessi, che non si è mai associato a partiti o a qualche tipo di controcultura, o almeno così ho sempre pensato. Uno da rispettare. 

Ecco. Facevo la considerazione di cui sopra, quando sono tornato parzialmente in me e ho realizzato che nel brano che avevo appena ascoltato c’era un assolo di stampante laser lungo più di un minuto e che oltretutto si concludeva con un raglio d’asino fortissimo che si stagliava su percussioni hip hop. Non me n’ero accorto coscientemente, lo giuro. La stampante laser, l’asino, le campane tibetane e il glockenspiel si erano fusi tutt’uno con il Viakal, i guanti di gomma e la spugna lurida all’interno della mia testa semisepolta nel water e mi hanno catapultato in un’altra dimensione. Per una mezz’ora, a giudicare dall’orologio.

Forse il futuro dell’alta fedeltà sta in casse da stereo a forma di tazza del cesso. Forse gli effluvi del Wc-Net mi hanno portato ad uno stadio di conoscenza superiore dove l’indie sperimentale ha un senso per uno cerebralmente normodotato (e qui forse pecco d’immodestia). Ma non posso fare a meno di pensare che, fossi stato in divano e non a farmi di Vetril, forse avrei spento lo stereo.

Il mio rispetto per l’artista permane, lo sottolineo. Non mi piace è un discorso, fa schifo è un altro. Solo, di fronte a dischi come questo mi chiedo se ci sia o meno ancora spazio per sperimentare senza l’utilizzo della stampante laser o della sega circolare come strumento. Ma non è una critica. Il mondo è strapieno di persone (o personaggi, non sono ancora sicuro) che ascoltano cose che io non capirò mai, leggono cose che trovo ammorbanti traendone piaceri immensi e che trombano vestiti di lattice ammanettandosi a un termosifone. Io semplicemente mi chiedo come mi colloco in mezzo a tutto questo. E non è un discorso facile, ma un’idea ce l’ho.

Un’altra volta però, che devo finire la rubinetteria. Se no il Viakal si asciuga. E poi devo anche scongelare le spinacine.

K.S.

 

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