Un uomo allo specchio

Un uomo allo specchio non è un libro facile. Anche se potrebbe sembrare, se lo si prende dal punto di vista di una semplice lettura sciolta e distesa ove tutto sembra chiaro: è scritto da un tizio turco, figlio di buona famiglia, famiglia di una borghesia vecchia che guarda a Baudelaire e al decadentismo, affiliato ad una società che si conosce solo in parte, che frequenta i caffè letterari, i salotti buoni, lontano dalla servitù e dai problemi di quella stessa collettività di cui fa comunque parte. Una borghesia un po’ romantica che canta l’amore, quello di gusto francese, di sapore perfetto, di ricercatezza formale ed anti-surrealista. Poesia veggente che cola da e per tutti i lati di una Europa e una Turchia già distrutte e che lo saranno ancor di più.

Eppure Cahit Sitki Taranci, che precede con le sue parole quelle del più conosciuto Nazim Hikmet, che denuncia il genocidio armeno, che è comunista, ateo e antimilitarista, ha qualcosa da dire e proprio per questo merita di essere incluso tra i grandi musicisti che hanno composto la poesia turca. I suoi versi si leggono brevi, scattanti, appaiono arsi, decisi, perentori, sembrano non lasciar spazio al mondo che li circonda(va), si avvicinano puri e incontaminati. È così che Taranci ci espone alla sua visione intima della vita, la propria, non potendo essere più sincero e chiaro: lo specchio diventa l’unica entità materiale con la quale e attraverso la quale riuscire a vedere la propria essenza fisica sulla terra. Lo specchio custodisce il riflesso, lo specchio come unico amico che a fine giornata può mostrare il volto e il corpo di ciò che si è vissuto e pensato. E allora giunge, dinnanzi a quello specchio, la paura della morte a prescindere dal motivo della stessa, giungono la nostalgia di casa, del passato, della giovinezza, della sicurezza, della calma, della tranquillità, di amori che si sarebbero potuti vivere, del sogno e del pensiero che si ricama attorno ad esso. Di un’ovatta calda e serena, che il tempo tende a cancellare poco a poco, nonostante il desiderio come idea fissa di vivere fino in fondo, succhiando la vita e tutte le sue bellezze. L’essere affranto. Intimorito. Spaventato. Volere vivere ma sapere di non poterlo fare senza deludere innumerevoli aspettative. Le proprie.

“Non ho chiara dimora, nessuno che io ami, Mi trascino e vado via” (Vado Via, Akademi, Maggio 1930), e ancora “Nessuno saprà che sono vissuto e sono morto” (Il Silenzio Nella Mia Vita, Akademi, Marzo 1931). Perché se non si realizzano quei sogni melliflui di cui e in cui l’uomo tanto dovrebbe godere, che altro potrebbe farci capire che abbiamo veramente vissuto? Questo il punto di vista e partenza dello scrittore turco, ove tutto è temporaneo e tutto si prodiga per distruggere la felicità umana. Un punto di vista rischioso, soprattutto se letto nel ventunesimo secolo (forse), che può disegnarsi come banale ed egoista, come malinconico, idealista, utopista, romantico. O, probabilmente, un punto di vista non tanto diverso, ma personale, non artefatto, individualista e interessato, comunque altrettanto utile per cogliere ulteriori sfumature dell’esistenza e del profondo umano.

 

Si dice che solo un amico condivide

Il tuo dolore e la tua gioia,

Ma non andare in giro in cerca dell’amico,

Bussa a qualunque porta; non troverai nessuno,

Qualunque spalla tocchi estranea ti sarà. 

(Un’Avventura di Solitudine, Sanat Ve Edebiyat, Febbraio 1947)

a cura di I.M.

Un uomo allo specchio - Taranci

Un uomo allo specchio

Cahit Sitki Taranci

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