Grandi speranze

L’anno scorso è stato il bicentenario della nascita di Dickens. Ma non è questo il motivo principale per cui dovresti leggere Grandi Speranze. No.

Dovresti leggerlo perché l’ha scritto Dickens,  e nell’ottocento il primato di unire storie pop a una comunicazione tanto facile dei sentimenti dei suoi personaggi se lo giocavano lui e Dostoevskij.

Altra cosa: Dickens non è il polpettaro che vuole intristirti a tutti i costi che molti credono. Il tipo di scrittore che fa venire la polio a un bambino, e povero e affamato e buono di cuore, lo chiama Tim e gli fa dire “e un felice Natale a tutti quanti” solo per il gusto di suscitare sentimenti di pietà nel lettore. Lui è il tipo di scrittore che non ha paura di mostrarti i lati più deboli e sensibili dell’animo umano, che è un’altra cosa. Da non confondere con la sofferenza esibita di tanti scrittori. Dickens non ci parla della sofferenza per impietosirci, per urtarci, ma per mostrarci come agiscono i sentimenti umani. Basta la smetto.

Inoltre, Dickens non ama la retorica (anche se, TOC TOC, ti sembra di sentir battere la stampella del piccolo Tim in risposta alla parola -retorica-), è un outsider, lui. E’ stato povero, si è fatto strada da solo, lui. E non manca mai nei suoi libri di deridere tutti i fieri borghesi arricchiti che aiutano il prossimo, ma solo a parole, generosi dispensatori di compassione.

E di ipocriti borghesi, il piccolo Pip ne conoscerà parecchi. Il piccolo Pip è un orfanello che vive con la sorella e suo marito, Joe. E’ destinato a fare il fabbro. Un giorno però viene a sapere che un generoso e misterioso anonimo gli ha destinato una grossa eredità, da intascare quando sarà maggiorenne. Nel frattempo dovrà istruirsi, andare a teatro, avere dei precettori per prepararsi cioè a diventare un <<signore>>.

Lentamente Pip dimentica i sentimenti spontanei e semplici imparati da Joe, e inizia a nutrire l’ambizione di distaccarsi completamente dalle sue origini, assieme alla frustrazione per non sentirsi all’altezza di Estella. Estella è ricca, indifferente a Pip e di una bellezza rara e inaccessibile. Pip, neanche a dirlo la ama follemente, anche se sa che lei non lo considera.

Ora, con una trama simile, il romanzo potrebbe benissimo essere un polpettone vittoriano su onestà&redenzione o peccato&colpa. Ma dato che, fortunatamente, Dickens è Dickens la storia ci viene raccontata con spigliata ironia quando serve e sentito sentimento nei momenti più toccanti.

Per esempio sono spassosissime le scene in cui ci viene descritta l’inettitudine di alcuni teatranti che recitano l’Amleto. O quando Pip lascia trasparire nel raccontato la sua arroganza nei confronti dei servi di bottega che si era guadagnato gratuitamente assieme alla ricchezza.

Prima di tutto però dovresti leggere Grandi Speranze perché parla di un amore tormentoso, non corrisposto e triste.

Come Little Dorritt, Grandi Speranze parla dei sentimenti possessivi di anziani mentori (in LD era l’influenza del padre sulla giovane Dorritt) sui giovani. Sulle storture delle istituzioni e l’angoscia della miseria. Ma prima di tutto, come ogni storia di Dickens, parla dei pregi e dei difetti delle persone.

Dovresti leggerlo perché parla e deride dei vizi umani come egoismo e avidità. Perché Joe è un buon uomo mezzo analfabeta ma di un tenerezza irripetibile, perché questo non è il solito libro tutto è bene quel che finisce bene.

Dovresti leggerlo perché Pip riesce a dire una cosa simile:

“Esclusa dai miei pensieri! Tu sei parte della mia vita, parte di me stesso. Sei stata in ogni riga che ho letto da quando sono stato qui la prima volta, ragazzo ordinario e rozzo il cui povero cuore hai ferito già allora. Sei stata in ogni cosa che ho visto da quella volta – nel fiume, nelle vele delle navi, nella palude, nelle nuvole, nella luce, nel buio nel vento, nei boschi, nel mare, nelle strade. Hai dato corpo a ogni soave fantasia che la mia mente ha conosciuto. Le pietre di cui son fatte le case più salde di Londra, non sono meno reali né più impossibili da spostare per le tue mani, di quanto siano stati, e sempre saranno per me, la tua presenza e il tuo ascendente, in questo luogo e in qualunque altro. Estella fino all’ultima ora della mia vita, non potrai non rimanere parte della mia natura, parte di quel po’ di bene che è in me, parte del male.”

Bisogna chiedere altro a uno scrittore che scrive cose così?

E.G.

Grandi Speranze - Charles Dickens

Grandi speranze

Charles Dickens

Einaudi editore

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