In-quiete

La prima volta che vidi con la coda dell’occhio un movimento furtivo sulla parete, credetti ci fosse qualche bestiolina che camminasse per casa.

Poi fu la volta di un’ombra proiettata per pochi istanti proprio di fronte a me, mentre scrivevo chino sul tavolo.

Dopo qualche giorno, mi sembrava qualcosa si fosse mosso dietro di me, mentre lavavo i piatti sovrappensiero.

Cominciarono poco alla volta, sempre istantanee e appena percepibili. I miei occhi, e soprattutto la mia testa, non mi avevano mai ingannato così.

Se percepivo qualcosa, sapevo che quel qualcosa c’era, esisteva e accadeva. La tangibilità delle mie sensazioni era scontata, per me.

Ma dovetti abituarmi a quelle allucinazioni.

La verità è che non mi spaventavano, perché ogni qual volta mi colpivano, mi sentivo in compagnia di qualcosa di conosciuto, che sapevo provenire direttamente da me.

Aspettai, credendo che sarebbe arrivato anche il resto.

Insomma, allucinazioni più serie, voci nella mia testa, straniamento, confusione.

Ogni qual volta si presentava una nuova illusione, tendevo le orecchie, attendevo con una punta di trepidazione.

Quel rumore esisteva? Un giramento di testa valeva?

Mi ero addirittura stampata un bigliettino con i miei dati e i numeri di telefono da contattare in caso di necessità, che tenevo sempre con me.

Ma niente di tutto questo arrivò.

Quasi mi sentivo delusa. Insomma, se non ero sull’orlo dell’isteria, morte per cause cerebrali, semplice pazzia, che senso aveva tutto questo?

Già sognavo un futuro di arte e sregolatezza. Talento che fuoriesce all’improvviso.

Rimanevo in attesa ancora, ma nulla succedeva.

Non aveva senso parlarne con il medico, né fare una visita dallo specialista.

In entrambi i casi, i risultati mi avrebbero frustrato.

Sarei rimasto così, a metà sulla strada della straordinarietà, ma ancora confinato nella mia mediocrità.

Uno normale, reso un po’ strano da allucinazioni senza senso.

S.A.

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