Trasparenze.

…gli scarabocchi al lato della pagina sono gran parte delle cose che volevo dire.

…certi occhi sono così, o li capisci, o ci disegni dentro una notte scurissima, con un temporale tutt’intorno, metti su una sbronza e scrivi tutte le parole che puoi, poi aspetti che passi, e quello che resta te lo porti con te il giorno dopo, e il giorno dopo ancora. Sul viso, nei gesti, dentro il cuore.

Certi altri invece, che tu li capisca o no, non importa, tanto non si sforzeranno mai di guardarti dritto, al centro dei tuoi, sono come stanze dalle pareti di vetro, ci leggi dentro che a pensarci fa paura, e loro lo sanno, e si masturbano le mani, mentre ti dicono una qualunque cosa, sperando che tu non intuisca il loro segreto.

Alcune di queste paia di occhi sono sporte gonfie di parole, bucate sul fondo, supplite dalla paura, paura che il tempo, di volta in volta, e possa realmente finire. E potrebbe succedere di sentire che qualcosa si è rotto, qualcosa come un ventre teso, che conteneva la tempesta, e allora tutte le immagini-parole dagli occhi potrebbero venire fuori, e le mostrerebbero con i palmi aperti rivolti al cielo, come una ferita di guerra.

…ci sono passaggi segreti nelle resistenze trasparenti tra noi e gli altri, passaggi da cui certi sguardi sono capaci di passare, sguardi che hanno ancora un riflesso di umano, da cui ti lasci avvicinare, da cui ti fai prendere per mano, e ti lasci guidare verso la meraviglia di un secondo, un secondo appena di felicità.

Passaggi che sono come una crepa su un vetro, senza la quale non ne avresti preso coscienza, e ti saresti accontentato di vedere ciò che brillava dall’altra parte. Una crepa, sulla quale, quasi per caso, ci hai poggiato il dito sopra, e si è aperta sino a mandare in frantumi il filtro che distorceva la realtà a cui hai sempre creduto.

…ci sono cose da cui partire per arrivare ad altre cose, cose che aprono strade che portano un po’ più lontano, che stanno un po’ più in fondo. Come la voglia di andar via, come tutto ciò che ancora non sono riuscito a capire, e il perché di tante parole, e il perché di doversi fermare ad analizzare, catalogare, raccontare ogni sguardo che mi cade dagli occhi; e trovarci dentro tutto, e avere di nuovo paura, paura di non riuscire, paura di fallire. Paura di sentirlo quel rumore dentro, quel tonfo che ti dice che qualcosa si è rotto; e te ne rimarresti come uno sbudellato che cerca di tenersele dentro, per continuare a vivere come uomo tutto intero, credendo che infondo non sia niente, che si può aggiustare, che adesso passa. Ho paura di sentirlo quel tonfo, ho paura di appoggiarlo il dito sulla crepa che sta già da un po’ su questo vetro davanti a me. Forse ho bisogno di incontrarli quegli occhi che riescono a vederlo il passaggio, quegli occhi che sono il passaggio, perché da solo non posso più, perché ho bisogno di un aiuto, di una mano che prenda la mia…

Passeranno le vacanze e non sarà cambiato niente. Volevo dirvelo.

L.J.M.

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2 comments

  1. grazie ljm, ho dovuto esporre nel mio bar (da qualche parte a milano) la prima quartina di questo pensiero, rigorosamente incorniciato con il titolo del blog e la tua firma. ti manderò magari una foto.

  2. … ma grazie a te! lusingato da questo tuo omaggio… non c’era posto migliore di un bar d’altronde, uno di quelli veri poi! Sarà ora da vagar per tutta Milano alla ricerca del bar. Sfida interessante. Grazie ancora, onorato.

    L.J.M.

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