Una notte in estate.

Non chiedetemene il senso. È un sogno che ho fatto qualche mese fa.

La città bruciò tutta in una notte.

Nessuno capì come fosse potuto succedere.

Si diceva fosse un fuoco scappato a dei ragazzini, che si propagò in pochi attimi a del legno secco accatastato vicino al parco.

Era stata un’estate torrida, come sempre.

Non pioveva da mesi e la città si era ristretta, quasi essiccata dall’interno, e tentava di custodire i pochi liquidi rimasti.

Come sempre incidenti ce ne erano stati. Qualche fumatore incauto aveva preoccupato i pompieri, uno delle forestale aveva cercato di farsi rinnovare il contratto aumentando il daffare. Ma nulla che non fosse già successo.

Poi un giorno alla tv era apparso il solito metereologo allarmista e, un po’ agendo da veggente, aveva predetto un fuoco di proporzioni inimmaginabili.

E tutti si erano intimoriti, probabili vittime di tale minaccia. Quasi si sentiva l’odore del fumo già nell’aria.

Con varie scuse, la gente uscì dalla città; c’erano feste al lago e parenti da andare a visitare all’improvviso.

Una scintilla appariva ogni tanto.

E le scuole chiudevano per qualche giorno, gli anziani sistemati in luoghi freschi e l’ora del coprifuoco andava da mezzogiorno al tardo pomeriggio.

Nella notte un bagliore sapeva già di combustione.

E i fiammiferi erano quasi un tabù, gli accendini gettati, i rimasti in città controllavano e tenevano a bada.

Un giorno il fuoco semplicemente apparve.

E non un falò. E bruciò. Tutta la notte. E nella notte bruciò tutto.

La biblioteca (più che altro un ammasso di copertine patinate senza nulla dietro) il centro sociale, il bar davanti alla chiesa. La chiesa stessa arse per parecchie ore, il campanile come un’enorme fiaccola.

Rimanemmo lì a guardare quello scempio, in piedi dalla collina. Oddio, più un’altura che una collina.

Una città in cenere e neanche una vittima.

La gente no, se ne era andata tutta da un pezzo. Ma neanche un cane, un gatto, una gallina. I giardini rimasero quasi intatti, il bosco fuori città neanche lo vide il fuoco. Il parco aveva i cancelli incandescenti ancora al mattino e i fiori dipinti di nero dal fumo.

E noi tutta la notte a riempirci gli occhi di quei bagliori gialli, ancora e ancora.

S.A.

nota: la foto dell’appunto è di R.B., che ce l’ha gentilmente “prestata” senza vuoto a rendere. Grazie.

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