Notturna

Notte.

Dormo, con la testa liquida,

piena,

di pensieri bizzarri

che navigano su zattere di mitili sul fondo,

che raccolgono pesci, crostacei, molluschi

e immagini. E se li portano via.

Un liquido nero che riluce

di una luce diafana,

sulla superficie grigia che stride

contro il vuoto incolore della restante parte del cranio,

provocando la stessa sensazione

di acqua bollente sulla pelle congelata.

Di notte.

Dormo rivolta a destra o a sinistra,

indistintamente, non vi è alcuna preferenza,

non ci sono aliti né respiri,

non c’è alcun disegno.

Solo parti del corpo, che sento sbattere forte con le mani,

alle pareti, sulle pareti,

che non hanno mangiato le unghie,

che sento, quando dolgono.

Così è che dolgere è il volgere,

il dolgere che non esiste

in una parola fatta di grafite, inchiostro o suono,

nella parola,

fine a se stessa.

La notte.

Dolgere, lui tocca il corpo,

e vi trasmette l’azione, della sua desinenza,

lui.

E la perde.

La lascia lì, a pulsare,

incessante, costante, assillante.

E diventa dolgo.

Nella notte.

La sua estremità schianta,

dentro e fuori, ancora fluidità

e vista che sfoca, e tentativo fallito,

e sveglia.

Io, e io, mi giro a destra o a sinistra e sempre,

è lì,

e la mia mano destra,

è lì,

e la mia mano sinistra,

non sotto il cuscino ma sotto la testa,

a reggere il peso delle ossa e a non far rovesciare il liquido.

Per non sporcare forse,

con altri pensieri, che già cigolano nell’aria,

anche il cuscino

e le lenzuola.

Notte.

I.M.

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