Capita

Vi capita mai?

Di sentire lo strappo. La lacerazione profonda. L’eco lontana di una rottura che non si ripara.

Vi capita mai?

Scoprirvi sordi, immuni ai richiami. Con le cose, e i sentimenti, e le persone, e il mondo, che passano e non restano.

Smarriti. Basculanti su perno arrugginito prossimo alla frantumazione.

Vi capita mai?

Paura pura non identificata, desiderio impronunciabile di scomparire agli occhi dell’altro.

Stanchezza che offusca il giudizio e sovrappone gli incroci possibili.

Vi capita mai?

Sentire il peso di mille vite. Interrompere un gesto di cui non si è perso il significato.

Avere freddo sotto il sole.

Vi capita mai?

Silenzio che alimenta il silenzio. Affogare nel vuoto, in quella bolla che si allarga nel petto e soffoca il respiro.

Vi capita mai?

Il culo appoggiato sull’epicentro del sisma.

La parola che muore prima di essere pronunciata.

Il pensiero che si forma prima di riuscire a sfuggirlo.

La spirale infinita.

E poi trovare sollievo nel gridare una canzone, scagliarla nell’aria finché la gola non brucia.

E in una frase si srotola il pianto, e in una parola si cristallizza il sorriso.

J.W.

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2 comments

  1. ..carino.. peccato le ultime due frasi (o versi?)

    l’immagine del culo sull’epicentro non ha bisogno di spiegazioni, nè di un (forse lieto) fine, nè di urla. è un culo sopra un epicentro.

  2. ciao merigei,

    eeeh niente, peccato per il peccato …
    le ultime due frasi (o versi, non so) non me le son vissute come un finale (né lieto, né tragico). È piuttosto un tirare il fiato, almeno per un attimo, provare sollievo, appunto, che io do per scontato essere temporaneo.
    Credo che il problema sia l’immagine che ognuno abbina al concetto di “culo sull’epicentro del sisma”.
    O meglio, ognuno ha il suo sisma, il suo punto di rottura, il suo sclero. Ognuno, in realtà, ha una svariata serie di sismi, più o meno gravi, più o meno a rischio eruzione.
    Io, per esempio, me ne sto seduta su diversi epicentri. Ce ne sono alcuni che si sfanno in un urlo. Altri che si smantellano con una sana risata (ché le risate, si sa, son capaci anche di seppellire), altri che poi all’improvviso piangi, e ti sembra che tutto si sia rimesso a posto e invece niente. E poi ce ne sono altri ancora che, oh, nemmeno se bevo fine a svenire si acquietano. Nemmeno per un attimo.

    Saluti,

    J.W.

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