Il teatro

Il teatro si era fatto subito più intimo, le luci soffuse acuivano l’olfatto. Odore di legno, polvere e velluto.
La voce della cantante le stava portando via qualcosa. Sensazioni. Eventi che non ricordava chiaramente, di cui però, tra una nota e l’altra, poteva sentire l’assenza.
La nostalgia è un’arma talmente sottile…
Avrebbe voluto intervenire, interrompere l’esecuzione , dire “Sì, c’ero anche io! Anche io lo ricordo! La spiaggia, gli amanti, le mani strette al cuore!”, ma no, non c’era niente di tutto questo nella sua memoria d’argilla. Niente che non fosse già stato filtrato e perduto, trasformato e nemmeno salutato.
Dicevano che l’operazione era andata bene, ma si soffermavano ad un unico risultato: lei era ancora viva.  Alla medicina bastano involucri vuoti, in salute, in grado di respirare autonomamente. Mentre alla famiglia no, di solito. I parenti, gli amici, i vicini di casa… tutti continueranno a portarti a teatro e al cinema e ai parchi nella speranza di riempire i buchi, raccontandoti una storia che dovresti conoscere.
“Nell’incidente è morto anche tuo marito” le avevano detto, provocandole prima uno sguardo sfinito dal vuoto e poco dopo una domanda: “Come si chiamava?”.
Anche l’incidente aveva dovuto farselo raccontare, assieme al motivo per cui, aprendo i cassetti di casa sua, continuava ad imbattersi in minuscoli abiti da bambina. “Era una femmina, sai? Eri di 6 mesi”, le diceva con dolcezza l’amica.
Una grossa cancellatura, una sgommata ampia e precisa.
Seduta in quella poltroncina rossa continuava a cercare indizi. Nella penombra, tra le decorazioni barocche, nella cera delle candele. Le si accostò una voce all’orecchio per informarla: “La canzone è tua. L’hai scritta tu e la cantavi in questo stesso teatro.  Il testo parla di te e Filippo, di quando vi siete innamorati, e di Giulia”.
Giulia. Il nome gentile, fatto di tante piccole volute, ricamato in colori pastello su tutti i minuscoli abiti.

L.W.

Foto di L.W.

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