Psicologia spiccia di un delitto ovvero zia Agatha in tutte le salse

Foto di E.Z.

Credo qualunque specializzando in psicologia (o facoltà affini) definirebbe la Christie, ovvero zia Agatha per noi tutti appassionati, una compulsiva ossessiva con manie di protagonismo e incapacità di distinguere tra realtà e finzione. Insomma, un’insoddisfatta della propria vita che cerca di metterci un po’ di pepe. Una donna tra tante, in breve.

A metà tra una delle Desperate Housewives e una nouvelle Anna Karenina (la Karenina ci sta sempre in un discorso).

E se quindi lo può fare uno specializzando, figuriamoci se non lo posso fare io, che scrivo recensioni per un taccuino. Pfui.

Dicevamo. Zia Agatha è una che non si accontenta dell’uncinetto e del club del libro.

Una che vuole infilarci dentro qualcosa di più. Letteralmente. Un ferro da calza. Un tagliacarte. Un antico manufatto sudamericano.

Per spaziare poi alla qualunque: pistole, coltelli, corde per strangolare; fino ad arrivare alla sua arma preferita: commestibili apparentemente innocui ma tracimanti di stricnina, arsenico e distillati di vario tipo.

E non posso negare che ne aveva tutte le ragioni…insomma, parliamo di una che non ha avuto neanche la possibilità di andare a scuola, perché la madre le ha fatto da istitutrice. L’unica cosa positiva dell’istruzione, la compagnia, le viene preclusa fin da subito.

Non doveva poterne più delle famiglie. Di gente che passa mesi, anni nella stessa casa, a fare la stessa vita.

Un covo di tradimenti e ipocrisie, ma ben glassato e presentato. Le ambientazioni in piccole cittadine, in campagna, case isolate, college esclusivi, navi, tutti luoghi circoscritti dove le persone coinvolte, volenti o nolenti, sono obbligate a frequentarsi  assiduamente.

Ma questo non basta. Non basta ucciderne alcuni di loro, magari in maniera insolita e fantasiosa.

Ovviamente non si può lasciare il lettore a bocca asciutta e con un punto interrogativo in faccia, per quanto personale possa essere la scrittura. E quindi che la verità sia svelata, ma a modo suo. Con i suoi tempi.

Con individui che ci fanno sorridere per le loro caratteristiche, fisionomiche o comportamentali. Un buffo ometto con la testa a uovo o un’anziana zitella un po’ troppo curiosa. Che però fanno mangiare la polvere a tutti gli investigatori del Regno Unito. (uno a zero per noi sottostimati ma meritevoli).

E individui del genere possono svelare banali verità? Una bugia innocua non basterebbe a compensare l’entrata in scena di tali personaggi, né a scusare la loro stravaganza.

E quindi rivanghiamo per bene il passato, tiriamo in ballo parenti scomparsi ma con un secondo nome decisivo, stranieri dal sangue caldo (si parla ancora di razza mediorientale, attitudini mediterranee, caratteristiche caratteriali vincolanti dalle quali non si può prescindere). Separiamo tutto, al contrario di qualunque comune ricetta, e puliamo ogni ingrediente dalla contaminazione con gli altri. Ed ecco un prodotto perfetto, confezionato e pronto da attaccare.

Ma “chiunque” potrebbe limitarsi a questo. Ad un certo punto la zia Agatha ha deciso, un po’ in preda allo sconforto provocato dagli eventi, un po’ forse per immedesimazione dopo anni di scrittura, di diventare lei stessa parte dei suoi misteri. Le molte biografie riportano una scomparsa di 10 giorni, un buco nella sua vita di più di una settimana, durante la quale si registra in un albergo a nome dell’amante del marito. E un punto per lei.

Cerca di farsi credere morta e di far incolpare il marito per l’omicidio. E due.

Alcuni sostengono fosse in stress post traumatico, altri che questa sia stata una mossa puramente pubblicitaria.

Qualsiasi sia la verità Agatha non la svelerà mai a nessuno.

D’altronde, sei Agatha Christie e non te la giochi neanche un po’ tutta ‘sta genialità che ti sei ritrovata nelle “celluline grigie”? vorrei dire che sarebbe un delitto, ma la battuta è pessima.

S.A.

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