Gelosia bianca

Il torpore mi ha colta all’improvviso, ho affondato il corpo tra le coperte e ho dormito finché non è calato il sole. Era stato un pomeriggio lungo e gelido.

Ho sognato di svegliarmi distesa su un prato umido, le gambe e le spalle nude, una generale sensazione di indolenza diffusa in tutto il corpo. Anche nel mio sogno, il sole era ormai tramontato, e attorno  a me, e dentro, aveva lasciato solo noia, ombre e silenzio.

Mi sono svegliata spaesata, ho impiegato qualche minuto a rendermi conto di che ore fossero e nel riemergere dal cuscino le mie orecchie sono state colpite da un improvviso fastidio. Cigolii, qualche risata ragliata, uno squittio indispettito, movimenti goffi. Non ero più sola in casa. Confusa e in un inspiegabile imbarazzo ho sistemato le coperte sotto di me e ho finto di non aver dormito, anche se razionalmente era impossibile nasconderlo; sentivo il trucco sfatto tirarmi la pelle del viso e avevo le ciglia di un occhio attaccate tra loro dal rimmel, chissà poi in che condizioni mi ritrovavo i capelli… ma soprattutto, razionalmente, perché nasconderlo?

Nei giorni precedenti non avevo trascorso molto tempo a casa, ero riuscita a trovare più di un rimedio soddisfacente alla consueta solitudine del week end, tra cui un uomo. Ero riuscita, dopo mesi, a far l’amore con un uomo. Il che avrebbe dovuto rendermi, se non felice, quanto meno più ottimista nei confronti delle mie aspettative di vita. Però avevo comunque trovato del tempo per prendermi cura della casa. Il sabato mattina mi ero alzata presto e avevo steso al sole un glorioso bucato di bianchi, la luce che ci si rifletteva in mezzo sembrava così piena e viva da poter essere presa in mano e conservata in barattoli di vetro, o in altre federe bianche. Poi misi ad arrostire delle verdure e conclusi lucidando l’acciaio della cucina.

Sto riprendendomi dalla sonnolenza quando mi si domanda, con una voce che tende chiaramente alla sentenza:

–          Avete usato il letto?

Mi fermo pochi secondi a riflettere. Avete?

–          Chi?

–          Non lo so. Che ci fanno questi vestiti qui? Non erano così!

Ragli. Potrebbero sanguinarmi le orecchie da un momento all’altro.

Tento di capire di che vestiti si stia parlando, temo con vergogna di aver lasciato qualcosa del mio bucato sull’altro letto, dei calzini o peggio… delle mutande. Mi alzo per controllare e spiego ansiosamente che ho usato sì, quel letto. Mi sono permessa di stendere il mio bucato nella sua camera e che l’ho ripiegato lì, esatto. Sul suo letto. Data l’espressione malevola che assume in viso, capisco però che cosa intende. Ho portato spesso amici a dormire a casa e tempo addietro avevo anche chiesto in prestito quella stanza per ospitare dei parenti. Sono sconvolta.

–          Pensi che abbia fatto dormire qualcuno qui, senza avvisarti? Tra le tue lenzuola?

La cosa, già a dirla, mi pare assurda. E decisamente poco igienica.

–          Non lo so! Dico solo che questi vestiti non erano così.

–          Li avrò spostati? Non ricordo.

–          Non solo spostati. Sembrano ripiegati. Posso dirti con assoluta certezza di non averli piegati così, io.

Me lo dice con assoluta certezza. Stavano lì per provare eventualmente qualcosa? Una piccola parte di me si sgretola e crolla in un tonfo sordo.

–          Tu non mi credi.

Conclude con qualcosa di vacuo e superficiale, “guarda, a me non me ne frega niente” o giù di lì.

Davanti alla sua convinzione non riesco a spiegare che adesso ricordo, che i suoi vestiti li ho trovati piegati male, sepolti al di sotto del mio bucato appena ritirato, e che nel ripiegare i miei ho riordinato anche quelli. Un gesto automatico, una gentilezza alla quale dovrebbe aver fatto l’abitudine ormai, in oltre un anno di convivenza. Pensavo di esser riuscita a fare della mia gentilezza  una routine, di aver saputo come abituare qualcuno al mio rispetto. Io che, figurarsi, chiedo ancora il permesso per bere in tazze che non sono la mia.

Dentro di me c’è un limite che smotta, trema e m’incrina la voce. Nel tentativo di risultare più credibile racconto di come ho passato il fine settimana, evocando aneddoti che potrei perfettamente risparmiarmi. Sa bene con chi mi sono vista e percepisco il disturbo che prova. Con naturalezza cerco di descrivere la casa di lui, che vino mi ha offerto, come sono stata, ma ormai sono un sassolino che corre lungo il dirupo. Mi dimezzo velocemente nel fingere di non essermi ferita. Ma soprattutto, nel raccontare, mi accorgo di una cosa ancora più imbarazzante. Ha pensato che io, nel suo letto, c’abbia scopato.

Torno a sentire in me lo stesso gelo del pomeriggio, una vergogna involontaria. Una diffusa sensazione di cancro.

–          Non so perché ti ho ripiegato quei dannati vestiti, non lo so. E’ ingiustificabile, mi rendo conto.

Eppure, mi dico, l’affetto non dovrebbe essere giustificato.

 

L.W.

 

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