Quale poesia

Lui lo conobbi un giorno che pioveva, pestava a dirotto. Non smetteva da tre giorni ma ormai ero abituato a quella consuetudine temporale che tanto sembrava far parte di quelle zone. La pioggia scendeva quasi sempre fine per ore, per poi rovesciarsi e incanalarsi furiosamente verso il suolo delle città, dei paesi e di tutto quello che trovava sulla sua strada al calare della sera, fino a tornare di nuovo piccola, lenta e dritta dopo cena, probabilmente impegnata in un “telefonare ore pasti” che la teneva seduta ed occupata. Ah, quale poesia! No no, Dio incazzato nero, altro che palle.
Anche quel giorno era andata così. Uscendo dalla libreria quella fottuta mi era entrata dentro i polsi e, avrei scoperto il giorno dopo, anche dentro le narici. Cazzo. Solo che in realtà l’amavo. E’ sempre così, sono le cose che ami di più quelle che ti rompono di più i coglioni. Là fuori la pioggia era in preda ad una sorta di ninfomania naturale che mi procurava altrettanto benessere. Non lo ero forse anche io? Tutto in quegli attimi mi stava apparendo perfetto. Naturale, pieno, olio, come le tette di quella al terzo piano.  Giusto.
Lui lo conobbi quella sera. Stava lì, non mi aspettavo niente da quella sera e forse lo guardai proprio perché non mi aspettavo niente. Tutti guardano, me l’aveva detto l’altro giorno il Gian.
–          “Perché cazzo tu non guardi mai chi ti passa a fianco?”
–          “Non lo so” risposi quella volta, ma in realtà lo sapevo benissimo.
Non guardavo mai nessuno perché non mi interessava, non c’era praticamente mai nulla che valesse lo sguardo. Solite teste ciondolanti, solite scene dure o molli. Sai che novità. Lo guardai proprio per quello, perché volevo provare al Gian che avevo ragione.
A lui lo illuminava una luce soffusa, da dove veniva? – bravo, stai cominciando bene – l’avevo visto da lontano, pareva piccolo, poi avvicinandomi si era ingrandito quel tanto che bastava a delinearne i contorni del viso, in controluce, la schiena leggermente curva, la magrezza, le mani grandi e un po’ accartocciate, il naso davvero pronunciato – cazzo, però sei niente male a cogliere i particolari – la vita ancora buona nelle vene. Almeno questo mi era parso o è comunque ciò che ricordo, opinabile inganno postumo della mia mente forse. Però di sicuro era in piedi, no, non retto, l’ho già detto, leggermente curvo, e nella mia direzione guardava in realtà il suo profilo. Lo guardai anche per quello, era la vittima perfetta, non mi avrebbe scoperto. Era una semplice figura ritagliata su di uno sfondo mattone, quasi vinaccia, questo è stato all’inizio, un attimo. Intano mi avvicinavo stretto nel cappotto, continuava a venire giù che la mandava Dio – eh ma ormai dovrebbe essere l’ora del cambio, da brava, su. All’inizio. Poi, più vicino, sentii che stava parlando a qualcuno.
Il giorno dopo raccontavo a Gian:
Lo sentii parlare, lo sentii davvero, questo fu ciò che mi colpì. I timpani vibravano, era una musica, le sue parole rimbalzavano sulla pelle dura delle mie orecchie come una cantilena del sud, mentre mi portavano agli occhi immagini di una Commedia vecchia di centinaia di anni. E porca troia se si arruffava mentre parlava, all’inizio da lontano non l’avevo notato, si mangiava l’aria che lo circondava con quelle sue grandi mani raggomitolate, la graffiava, seguiva le lettere, seguiva l’emotivo e la fragilità, il rozzo e lo schifo. La miseria e il porco. La natura e l’esatto. Di nuovo mi parve in un attimo tutto perfetto. Minuti, minuti, ancora minuti. Lui parlava, attorno a lui altri lo ascoltavano, anche lui pioveva! Lui pioveva e si muoveva come l’acqua morente di fame che si mangia quella cazzo di roccia. E sul fondo si stagliavano figure con i suoi movimenti, giuro! Ne disegnava le iniziali delle parole, sembrava ci stesse scopando insieme, perché non era far l’amore, era proprio una gran bella sugosa scopata. Non guardava in faccia nessuno. Respirava? Non ne sono sicuro. Quel che diceva, tutto era suo, interamente, dentro e fuori. Cattivo, lo notai grugnire quando era necessario. La voce saliva e scendeva le scale. E continuò per molto, come il temporale, e come il temporale mi era arrivato fluido, poi rabbioso, poi si era messo in posizione eretta e volgeva a conclusione. Fiato corto, quasi gli usciva la bava e tagliava l’aria. Silenzio.
Sentii di averlo spiato. Era vero. Mi era piaciuto. Aveva ragione il Gian. Ero malato anche io? Avrei guardato tutti d’ora in avanti? Tutti così? Non era reale. Avevo rubato qualcosa che non era mio ma non avevo potuto fare a meno di fermarmi a lato, più vicino possibile. Finito, ora allora era finito – credo io con lui. Silenzio. Cos’altro si poteva fare se non tacere dopo che quel tizio aveva parlato? Mi venne in mente che io non ne ero capace, che senso aveva stare qui, dico qui, al mondo, e non essere capace di fare quello che aveva appena fatto lui?
Continuai a guardarlo e non ebbi il coraggio di chiedermelo e rispondermelo. Nemmeno di chiederglielo, avrei potuto. Che pirla. E invece ad un tratto sentii di nuovo la pioggia che mi pisciava addosso, e mi inventai una storia che mi serviva. Sì, doveva essere così: quella cazzo di figura, lui, lui era abile, stava mentendo, era tutto finto. Sì, ma perfettamente e dannatamente vivo. Andai a casa. Dovevo dirlo a Gian.

 

Note:

Gian non esiste o se esiste ha un altro nome ma Gian suonava meglio.

Io esisto veramente.

La storia non è inventata così come giuro che esiste la città di Monfalcone e il suo Absolute Poetry.

Lui che ho conosciuto è Edoardo Sanguineti ed è esistito veramente anche lui.

Ciò di cui parlava il suo capolavoro Alfabeto apocalittico. 21 ottave con un’acquaforte e 21 capilettera e il suo Postkarten.

La Commedia è quella Divina.

E’ bello ascoltare e conoscere qualcuno prima che sia morto e qualche casa editrice ne ripubblichi tutti i libri ad omaggium (o per soldum?). Io non c’ho un soldo e questo è l’unico omaggio che riesco a fargli.

Ah sì, e ultima cosa: il pezzo forse sarà anche brutto, ma non sempre la verità è bella. Non fa una piega, no?

I.M.

 

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