Jumpin’ With The Iguanas

Sarà perché chi ha un’anima punk in fondo non la perde mai, nemmeno quando la riveste con camicia e cravatta. Sarà perché sembra che il tempo non riesca mai ad agguantarlo del tutto. Sarà anche perché si è sputtanato anche lui, eppure con una classe del tutto particolare. Ma è un fatto, Iggy Pop continua a vendere il suo mito con l’elegante autolesionismo di chi è rimasto incastrato tra garage, glam, passato e presente e ha deciso che non morirà mai; e in un’era senza miti nè eroi, nel “mondo karaoke” profetizzato da Malcolm McLaren (manager dei Pistols e produttore mai abbastanza compianto) dove tutto viene trasformato in stilema e riprodotto, personaggi estemporanei come lui hanno il sapore della verità. Ma che succede se riavvolgiamo il nastro, se torniamo indietro all’inizio? Strano a dirsi, quando ci si accosta ai mostri sacri spesso tutto gira al contrario, all’indietro. Prima si ascolta l’album d’impatto, quello con cui il mito di turno ha sfondato, poi il seguente, che quasi sempre delude; infine si torna gradualmente a ritroso verso le radici del suo linguaggio.
Ed è allora che l’impatto col Disco Pattume è in vista. Per quanto un artista abbia il proprio nome scolpito nel marmo della solita stantia Hall Of Fame e per quanto sembri inattaccabile ha sempre quel disco a pendergli come una spada sul cranio: generalmente è una ciofeca muffita vecchia di ere geologiche che rimane a fossilizzare chissà dove, dimenticata come il pezzo di panettone in cima alla credenza, fino a quando un discografico decide di spremere ogni soldo possibile raschiando il fondo del barile. E così viene ripescato, editato aumentandone il volume del quattrocentomilapercento (più volume = più vendite, e non è uno scherzo, è ricerca di mercato) e venduto, munito di strombazzante titolone citante l’autore a caratteri cubitali.
Il nostro Iggy non è immune ovviamente. E come da programma ecco spuntare dalle muffe del cassetto del comò questa tutto sommato anonima copertina stile british invasion nella quale cinque figuri imbellettati ci assicurano d’essere i “Tops in Rock N’Roll Music”. È il primo shock: scopriamo infatti il vero nome di Iggy (James Ostienberg qualcosa) e soprattutto che, incredibile a dirsi, indossa qualcosa oltre ai pantaloni. Ma quel che è peggio è altro: niente mani nelle mutande a ravanarsi l’ispirazione, niente stage diving, niente vetri strofinati sul petto e nemmeno voce: negli Iguanas Iggy è infatti il batterista, peraltro pessimo. All’ascolto la tragedia si consuma: non tanto per la qualità dei pezzi (tutte cover o quasi qualitativamente allineate con le garage band del periodo) quanto per la qualità della registrazione: mono, da un master probabilmente così rovinato che il suono risultante è un feeling tipo “live from box doccia”: una meraviglia di produzione insomma. Consiglio caldamente a quanti si apprestino all’acquisto di spostarsi poco lontano e ripescare il sempreverde Raw Power e di pogare contro i mobili della propria casa; più che altro perchè è meno doloroso.

K.S.

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One comment

  1. Son sconvolto dopo la lettura di questo post. Non tanto per il nome, perchè i miei genitori son sempre stati molto sinceri con me e poco dopo avermi detto che babbo natale non esiste, hanno voluto spiegarmi perchè loro non mi hanno messo un nome(pseudonimo) fico come quello.
    Sono sconvolto per il fatto che fosse vestito con qualcosa al di fuori dei pantaloni.
    Come vedere alcune convinzioni crollare un sabato mattina qualunque.

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