Banana Yoshimoto e la rotondità del suo pensiero

In sostanza col titolo ho già svelato dove voglio andare a parare.

Ho notato che la Yoshimoto è una di quelle scrittrici onnipresenti della quale moltissimi hanno letto almeno qualcosa.

Io faccio parte della schiera di lettori quasi adoranti che apprezzano, quasi più che le sue idee, l’involucro e il modo che usa per esprimerle. Le sue storie mi hanno trasmesso una voglia infinita di andare a visitare non i posti specifici dei quali racconta, ma il Giappone intero. Scoprirne la realtà nella sua totalità e pienezza.

Ho notato che per molti non è così. Mi viene da pensare che non la capiscano, ma potrei essere io a vedere quello che voglio; forse proprio perché la Yoshimoto permette di riempire i contorni degli oggetti e personaggi che crea, con la fantasia e prospettiva di ogni suo lettore. Io che amo i colori e i sorrisi farcisco facilmente i suoi personaggi con elementi simili. Che, nonostante fungano quasi da involucri pronti a ricevere connotati e proprietà dal e del lettore, hanno dei caratteri e caratteristiche ben precise.

Il suo modo di esprimere sensazioni e guardare alle cose è per me quasi infantile; il porsi di fronte ai fatti con animo aperto e semplicità di sentimenti; ricercare quella pienezza che va a creare la rotondità che intendo: piccole sfere di realtà che la Yoshimoto presenta perfette nella loro completezza, seppur breve o circoscritta. Tante scene che vanno a comporre un racconto; uno spezzato di realtà dei personaggi che viene descritto con grande semplicità e assoluta mancanza di voler esprimere giudizi.

I paragoni, utilizzati sempre moltissimo, contribuiscono a creare quell’atmosfera di semplicità e giovinezza anche nell’esprimersi: con aggettivi e un linguaggio certo non semplicistico, ma di chi preferisce associare delle immagini ben chiare a idee ed emozioni. Di chi intende far comprendere sé stessa e le sue percezioni in maniera chiara. Quasi inequivocabile.

Ricorre il suo cercare di indagare nei personaggi che si trova a gestire, storie che trattano sempre di morte e di come le persone rimaste si interfaccino con essa. La sua dote strabiliante sta nel non rendere macabro il tutto. Parla poco di fisicità e corpi e mi trasmette un concetto di etereo quanto mai reale e palpabile.

Come faccia me lo chiedo da quando, 6 anni fa, ho letto Amrita. Nei suoi racconti sento affiorare sempre la gioia, forse proprio quella vita che viene negata ad alcuni soggetti. Molti di loro piangono, vivono a stretto contatto con una mancanza che resiste in loro. Una mancanza da conservare nel ricordo, ma che viene riempita in ogni caso. Forse manca proprio la non-tragicità di queste mancanze. La morte vissuta come evento ma non come dramma. La si trova scritta ovunque e trattata, indagata, sondata in ogni modo, quasi per toglierle non la solennità ma la gravità.

Deve essere così perché quando sfoglio e chiudo l’ultima pagina, il solo sentimento che io provi è pace.

S.A.

Questa recensione, e quelle che seguiranno nelle settimane a venire, sono, ovviamente, personalissime e magari poco obiettive. Per date, analisi, critiche, non rivolgetevi a me. Come sempre, sono responsabile di ciò che scrivo, ma non dell’uso che ne viene fatto.

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2 comments

  1. Non ho mai letto nulla della Yoshimoto, ma devo dire che questo post mi ha fatto venire una gran voglia di inoltrarmi nei suoi scritti. Hai per caso un’opera in particolare da consigliarmi?

  2. A me è piaciuto molto il celeberrimo Kitchen; forse però ti consiglio prima di tutto “Arcobaleno”; è un libriccino sottile e già la copertina anticipa i colori vivi e gioiosi dei contenuti.
    ciao e grazie
    S.A.

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