Panta Rei quindi Carpe Diem (ovvero anche Zarathustra sarebbe in difficoltà)

Che il fine ultimo delle cose, di tutte le cose, persino della vita, sia il nulla, questo è un grosso problema per l’essere umano. Che alla fine rimanga solo il nichilismo, che alla fine nichilista è chi il nichilista fa, questo è un grosso problema per l’essere umano. Non passa giorno senza che televisioni, radio, carta stampata e chiacchiere di condominio vadano ad attecchire sulle emozioni umane con scene di disperazione, angoscia, tristezza, paura, morte. Ma soprattutto con scene di sfortuna. Perché se le cose sono andate in quel modo è stata solo questione di sfortuna. Mentre tutto questo accade io mi chiedo: ma cos’è quindi la fortuna? Riesco solo a rispondermi che è un sogno, un gran bel regalo confezionato da una commessa “di bella presenza, capace, loquace, spigliata e automunita”. Rifletto infatti sul fatto che i regali capitano solo con le feste, come delle pallide eccezioni al desiderio di felicità perenne che ci affligge tutto l’anno. Lo stato primo dell’essere umano è l’insoddisfazione e l’infelicità, almeno per la maggior parte degli esseri umani – per quanto riguarda la restante parte ci affanniamo a trovare qualcosa di sbagliato nelle loro vite per rinfrancare la speranza, amica della fortuna, a quanto pare – tuttavia è inutile nasconderci il fatto che i gradi di infelicità siano diversi. Le caste non ci mollano mai. Noi le abbiamo inventate e noi ce le teniamo. E’ così. Ciò che riguarda l’uomo è tutto un’invenzione umana. Forse per farci sentire più importanti, forse per farci sentire meno soli. Sicuramente non tutti se ne preoccupano, questo è fuori dubbio, e così si passano gli anni a coprire ciò che viene prima con verità camuffate da belle bolle di sapone per sentire meno il senso di inadeguatezza. E’ così che viene pure la fortuna sapete? Perché alla fin fine il contenuto vero della vita è un’immensa spalata in faccia di normalità – ah no, pardon, “sfortuna”. Ma in fondo essere chiunque non serve a molto, così dicono, meglio essere “adeguati” ma con brio e se ci scappa pure di credere in infinite possibilità di successo in superficieah no, pardon, “salvezza“ – perché non darcene la possibilità? Tanto di tempo ne abbiamo, così dicono (o perlomeno omettono di dire il contrario), quindi che “ci” resta da fare? Alla fin fine che il fine ultimo delle cose, di tutte le cose, persino della vita, sia il nulla, parlando in generale è un grosso problema per l’essere umano.

I.M.

 

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8 comments

  1. Quante verità in un unico post. Mi ha colpito appena ho iniziato a leggerlo, forse perché anche io mi sono soffermato a riflettere sul nulla verso cui tutto anela; sono arrivato in egual modo a concludere come tanti lo hanno già fatto che l’uomo è per natura insoddisfatto e infelice. Credo di appartenere anche a quel gruppo di uomini che cerca qualcosa di sbagliato nella vita di coloro che sono meno infelici per potersi sentire in qualche modo consolato, ma cerco con tutto me stesso di selezionare le bolle di sapone, le ombre delle verità che ci spingono avanti, provando a renderle qualcosa di più, questo per sopravvivere in questa realtà nichilistica… ma la domanda che non posso non pormi è se queste non possano che rimanere ombre e bolle, in questo andar verso il nulla che a quanto pare è il punto di arrivo di tutto.

  2. Bukowski ha detto di essersi imbattuto un giorno in una folla di persone, ma di non averci visto nè sentito dentro alcuna anima viva. Tante tante tante bolle tutte assieme in unico luogo. Un ammasso di finzione. Ecco cosa aveva visto e sentito Bukowski.
    Gli esseri umani sono in fondo persone semplici che cercano di sopra(v)vivere alle loro stesse vite cercando la collocazione più proficua nel mondo. E’ in questa ricerca spasmodica di un senso di appagamento e serenità che spesso si cede alla tentazione di crearsi un involucro esterno che non venga scalfito dal contatto con altri esseri umani: una corazza, qualcosa di tangibile che ci protegge e ci rende fieri di noi stessi (ai nostri occhi) e che ci fa sentire di valere qualcosa (agli occhi degli altri). Il problema nasce nel momento in cui quella bolla è costituita da falsità, da “brilluccichii” che ci fanno acquistare di importanza e valore, ma in realtà dentro rimane vuota (e alle volte pure un pò misera). Sintetizzando all’estremo si potrebbe dire che è sacrosanta verità che l’abito non fa il monaco (o lo fa, a seconda dei punti di vista…va di sicuro più di moda l fatto che lo fa), ma sarebbe limitativo, dato che non ci stiamo qui riferendo solo agli abiti. Ciò che si potrebbe fare è tentare di non crearci una bolla, essendo consci però del fatto che quando si va a cozzare con delle bolle e tu non ne hai alcuna, beh, tutto si fa più duro. Si vive per davvero però. E mi pare non male come cosa (certo, mettendo in preventivo che soffrire, cercare e capire sono alla base di tutto, cosa assai difficile da assimilare così su due piedi). Cerchiamo chi non ha una bolla quindi, dà più soddisfazione. E caviamoci le nostre di costruite, se ne abbiamo, così da poter vivere l’attuale e non “in previsione di”. Dà ancora più soddisfazione.

    I.M.

  3. Sono d’accordo. Nonostante sia più difficile e ci si faccia male spesso e volentieri, meglio vivere senza bolle piuttosto che averne una destinata inevitabilmente a scoppiare. L’ultima conclusione che ho tratto è stato che le “bolle” non siano altro che delle alternative che si scelgono per fuggire certi pensieri, come girarsi dall’altra parte. Non credo che sia saggio vivere così… anche perché quando le bolle scoppiano… cosa rimane???
    “Se vi piantate ben davanti alla realtà, vedrete il sole albeggiare su ambedue le sue superfici…” dice Thoreau, e mi sembra una soluzione migliore rispetto alla bolla, sperando che un’alba ci sia davvero sulla sofferenza la ricerca e la comprensione.
    Quello che spesso non entra in testa facilmente è il vivere l’attuale… sarebbe già un passo avanti non indifferente, anche perché solo da poco ho intrapreso la ricerca di ciò che c’è di costruito e vero in me.

  4. Concordo anche io con te. Ma credo non solo si fuggano certi pensieri, il cui grado di “pesantezza” è decretato dai singoli a seconda delle loro morali – e non solo – ma anche che si fugga il proprio io in molti casi. Spesso è più facile crearci degli specchi attraverso i quali vivere, non solo a seconda delle persone con cui ci si rapporta (che sono poi comunque derivate dagli stessi specchi che ci creiamo, è insomma il cane che si morde la coda, ma tutto corrisponde comunque prevalentemente a delle scelte personali) ma anche attraverso i quali sentirci soddisfatti di noi stessi. E’ molto più facile gettare la spugna in partenza e semplificare il tutto, che rimboccarsi le maniche, scelta che invece pure tu hai fatto. A quanto pare sei una persona coraggiosa, e questo è lodevole. E non scherzo. Il mondo è pieno di merda (perdona il francesismo) e credo di poter dire, almeno parlando per mia esperienza personale (poi per carità, magari son il più sfigato della terra), che sono davvero poche le persone, i gesti e le cose che dentro contengono qualcosa che va oltre la loro superficie. Cercare di mirare a quelle non è fico, è un’esigenza, per quanto mi riguarda. Insomma, se sei sommerso dalla merda (e ripassami il francesismo) e tiri su la testa per respirare, beh, è difficile negare che l’aria nei polmoni ti dia fastidio, no? E magari poi ti viene pure voglia di star sempre con la testa fuori. Cosa molto più difficile che stare con la testa sotto, ahimè. L’aveva capito pure Thoreau che però lascia tentata la via della comprensione globale, cosa a me davvero sconosciuta. Preferisco applicarlo alle piccole cose e alle “piccole” vite, come la mia, senza alcun intento di missione santa o cose del genere. La santità la lasciamo ad altri, che qui non ne siamo capaci. L’importante e fondamentale è costruirsi, come dici tu, e non è mai troppo tardi per farlo. Conoscersi è pressochè impossibile, se non si è fermi ci si evolve continuamente, ma di sicuro mirare alla realtà e alla verità, senza mai negarci il sogno come evasione (ma non è di questo che stiamo parlando infatti) non può che farci bene (o più che altro, una volta che l’hai provato, è dura tornare indietro). E la verità non è praticamente mai relativa, se parliamo di contenuti.

  5. Grazie. Devo dire che la discussione mi è piaciuta molto e spero che il “Taccuino all’idrogeno” continui a proporre certi spunti di riflessione che come questo aiutano a discutere e a comprendere la realtà in cui viviamo, almeno per me è stato utile. Può servire anche a prendere coscienza di cose che di solito vengono ignorate in favore delle solite “bolle”. Alla fine possono bastare poche parole ben presentate a scoppiare la “bolla” e a farci apprezzare il mondo così com’è con le sue lotte e sofferenze, di fronte alle quali noi non ci giriamo dall’altra parte.

    Grazie infinite

    Andrea

  6. E’ stato un piacere scambiare due chiacchiere con te. Speriamo, e sicuramente sarà così, che siano proficue per entrambi. L’importante è affrontare ogni discussione, di qualsiasi tipo sia, con umiltà rivolta ad imparare, pronti ad essere adulati, criticati, confermati, demoliti e quant’altro. Il tutto sempre per andare avanti, anche se di poco. Senza girarci dall’altra parte credendoci più forti. Perchè i castelli di sabbia prima o poi van giù…

    Grazie a te quindi!

    I.M.
    Taccuino all’Idrogeno

  7. ‘Il caso e le circostanze. E’ il destino, l’incrocio tra l’avvenimento e un uomo, che amplia o meno il regno della banalità’

    ‘Il pensiero evita il dolore in un determinato organo perché lancia la testa lontano, come se fosse una pietra e non qualcosa che ti appartiene. La mano ti appartiene come centinaia di altre cose, ma migliaia di cose non ti appartengono. E’ così’

    Sembra che il libro di Tavares, letto tra ieri e oggi (ritrovato, calmo, ad attendermi dopo un tuffo obbligato nella superficialità del mondo), sia arrivato giusto in tempo!
    E’ difficile allineare i molteplici pensieri che sono riaffiorati, prepotenti e confusi, leggendo il pezzo e i relativi commenti.
    Certo, spesso ci troviamo immersi (talvolta letteralmente sommersi) in una realtà sempre più aliena e alientante…’La guerra è pace, la libertà è schiavitù, l’ignoranza è forza’ e buona distopia a tutti!
    Apri un occhio verso il mondo e te ne disgusti fin dai primi secondi; se sei stoico e attivista cerchi di far in modo che altri occhi possano aprirsi e vedere ciò che vedi tu (perché solo così puoi pensare di creare un’anomalia nel sistema); altre volte non hai la forza o la voglia di tenerlo aperto…torni nella tua bolla…ecco, qui in realtà le nostre strade in parte si dividono. Voi guardate le bolle di sapone come false coperture, corazze (alquanto discutibili in resistenza agli urti pchichici) per nascondersi agli altri e renderci accettabili e standardizzabili…
    Per me le bolle sono amplificatori, lenti con cui scopro le piccole cose che possono rendere più accettabile la mia convivenza forzata con automi di plastica…mhhh…difficile spiegare (e perdonate la scrittura incerta). Mettiamola così: una bolla di sapone, come una goccia d’acqua, ha la giusta tensione superficiale che mi serve per poter vedere il mondo da un’altra prospettiva (a gambe all’aria) e più in profondità…come Faustroll che vede le pareti dell’universo dilatarsi a dismisura attraverso la trasparenza di una bolla d’acqua su una foglia di cavolo! E’ il mio modo di potermi ancora stupire, con occhi da bimbo, di ciò che forma la mia quotidianità; è il mio modo di poter accuratamente scegliere l’imperfetto (in una società che pensa che solo la perfezione abbia un senso) e renderne possibile la sue esistenza (come ben si diceva ‘impAssabile’, MAI ‘impOssibile’).
    Nel lavoro su se stessi penso sia importante riuscire sempre a guardare tutto sotto un’altra prospettiva, con la giusta umiltà e razionalità, senza rimanerne succubi (la bolla come la intendete voi può diventare una gabbia senza via d’uscita e senza vista) e lasciare che la propria evoluzione (per ‘fortuna’ incontenibile) ci renda più adattabili e tollerabili alle situazioni…esser fluidi…
    ps: sono andata fuori tema, vero 😉 ?

  8. Tcon0…annnnnoi!

    Se qualcuno ce la manda buona questa volta riusciremo a rispondere senza che il messaggio “esploda” automaticamente non appena pubblicato. E intanto cominciamo col parlare al singolare, che io sono un io, e non un tanti, anche se mi piacerebbe essere una moltitudine. A questo proposito Kant ai tempi che furono disse “Non cercare il favore della moltitudine: raramente esso si ottiene con mezzi leciti e onesti. Cerca piuttosto l’approvazione dei pochi; ma non contare le voci, soppesale”. Ad ogni modo, sto andando fuori tema pure io…o forse no, se ne potrebbe parlare, magari più avanti…

    Ciò che io credo, per riprendere il tuo discorso è che ci sia un “nodo” da sciogliere prima di proseguire, ovvero dare una definizione canonica di bolla che funga da punto di partenza per assensi e dissensi. Se rifletto bene infatti vedo che la tanto ormai famosa bolla potrebbe non essere così distante dalla bolla che tu citi e descrivi. Faccio un preambolo. In tempi un pò lontani il qui presente è stato accusato di “relativismo”, una corrente di pensiero ormai superata e obsoleta. Non do torto a chi mi accusò, è vero. Ma risulta vero nel momento in cui si riconosce che mantiene comunque un fondo di verità. Per me. Tutto questo noioserrimo anticamera per giungere quindi, si spera, ad un dunque: non è forse la bolla in questione formata da due superfici, che altro non sono che le due facce della stessa medaglia? Una superficie interna, una superficie esterna. E fin qui è tutto semplice, è tutto lustro, tutto lucente per ognuno di noi (perchè è di esseri umani che qui si sta “trattando”). Non è quindi altresì forse vero che è aria, semplifichiamone così la definizione, quella che tocca entrambe le superfici, sia dentro che fuori? Sì, lo è. Ecco però ora entrare in azione il mio spirito relativista non da osannare, ma da lasciar comunque fluire: l’aria non cambia a seconda di chi la respira? Da un punto di vista fisico effettivamente no (a meno che uno non abbia l’alito cattivo), ma da un punto di vista filosofico, beh, qua mi tocca dire che forse sì. L’aria cambia. L’aria che è il contenuto della bolla. Una bolla che tra l’altro altro non è che una Finzione (come ben ci insegna Borges) e lascia quindi ognuna delle “arie” al proprio interno intersecarsi con altrettante e ancor di più. Ed è proprio qui il neo di tutta la questione: tu dici che la bolla, così come la intendiamo noi, rischia di diventare una gabbia senza via d’uscita e senza vista. Non c’è cosa più esatta. Ma quello che vogliamo (anzi, voglio, eccccheddiamine) sottolineare è che nulla si crea da solo, fatta eccezione per la componente “caso”, e che è possibile scegliere. Solo che è più facile nascondersi. Solo che è più facile costruirsi delle bolle invisibili dentro cui ripararsi. Chi come te ha una propria bolla per riuscire a sorprendersi ancora, per riuscire a stupirsi ancora, per scegliere ancora, beh, non ha che da esserne fiero. E’ nel costruire un proprio “sè” adatto ai “sè” degli altri che si sopravvive e non si vive.

    Forse ho detto troppo. Forse il discorso manco fila. Forse c’è più confusione che altro.

    Il problema è che in fin dei conti, è purtroppo tutto relativo (anche se sono conscio del fatto che occorrano delle direttive fondamentali a guidare gli esseri umani. La morale è stata per troppo tempo considerata un punto di vista, e noi siam grandi approfittatori di certe possibilità), ma ammetto che la cosa non mi dispiace sotto alcuni punti di vista. Ma chi sono io per decretare cos’è e cosa non è?

    Mi ritiro a pensare e a pormi domande esistenziali, tipo “cosa esser tu?” e via dicendo. 😉

    Saluti e ossequi!
    I.M.

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