Il Processo

Se apprezzare un libro significasse comprenderlo, probabilmente in libreria, alla sezione “over the top”, avrei solo topolini, qualche libro chick-lit e uno scaffale di gialli. Non che meno li capisco più mi piacciono, o “se ne ho chiaro il significato non sono abbastanza da intellettualoidi”. Però mi piace pensare che, nonostante tonnellate di libri di critica, analisi, perquisizioni di ogni pagina, non capiremo mai fino in fondo quello che passava per la testa dell’autore. Possiamo anche fare l’analisi logica e grammaticale, ma sterilizzare il processo compositivo non significa comprenderlo. Alla faccia della mia insegnante delle medie.

Quando all’università mi sono sentita dire dalla professoressa di tedesco “È inutile che cerchi di capire questo libro. Crede che io l’abbia capito fino in fondo? L’ho riletto non so quanto ma non potrò mai metterci un punto.” mi sono sentita parecchio sollevata. Se partiamo con questi propositi, la strada è un po’ più chiara, quella sì. Il libro in questione è uno dei celeberrimi. Ok, magari molti l’hanno sentito nominare e pochi lo leggono. Però a me “Il processo” è piaciuto. A prescindere dalla comprensione delle dinamiche.

L’aggettivo che gli incollerei è grottesco (ultimamente nella mia mente va molto di moda). Ma non quel grottesco da quattro soldi, splatter e che scivola verso il finto. E probabilmente il talento di Kafka sta proprio in questo. Ma và?

Come si fa ad intrecciare una storia così lineare con degli avvenimenti tanto improbabili, senza che al lettore venga voglia di letteralmente riciclare il libro? Il “perché” che attraversa tutte le pagine, e che probabilmente costituisce il motivo principale per il quale si continua la lettura, alla fine ci prende a schiaffi. L’ironia di Kafka è un altro leit motiv, che mi ricorda da lontano Woodie Allen. Con Allen si ride, con Kafka meno.

Cosa si può fare quindi? Una volta tanto, non bisogna fare niente. Anzi, leggerlo a scadenze. Magari quelle più importanti. A vent’anni, all’alba dei 30…agli altri non voglio ancora pensare.

Questa mattina scorgo anche un inquietante parallelismo della storia con la nostra cronaca di tutti i giorni. Ripenso alle storie, sentite da lontano, degli interminabili iter legislativi, di persone smarrite e letteralmente soffocate dalla burocrazia, gli errori, costretti a percorrere strade che portano spesso a vicoli ciechi. E a quelle persone che, come Josef K., si ritrovano coinvolti loro malgrado in processi più grandi di loro e letteralmente trasportati in un’altra dimensione, straordinariamente vicina e parallela alla propria.

Josef K. Quanto più chiaro deve dircelo Kafka che il protagonista del libro altro non è che sé stesso? Però, conoscendo l’autore, quasi penso voglia prenderci in giro. O chiedere aiuto a voce così alta da mettere al protagonista l’iniziale del suo stesso cognome. Ricordiamo che Kafka scriveva quasi per sé stesso e in punto di morte chiede a Max Brod di bruciare tutta la sua produzione. Quale mix di paura, narcisismo, angoscia e talento portano un uomo a produrre tutto questo?

S.A.

Questa recensione, e quelle che seguiranno nelle settimane a venire, sono, ovviamente, personalissime e magari poco obiettive. Per date, analisi, critiche, non rivolgetevi a me. Come sempre, sono responsabile di ciò che scrivo, ma non dell’uso che ne viene fatto.

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