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Ho sempre pensato al poeta come ad un mentitore, forse il più grande ipocrita che esista. In fondo, dà vita ad un respiro che muore nell’attimo in cui la penna lo descrive. Credo che l’anima più interna di ogni emozione sia troppo volatile per essere impressionata come pellicola.. riprodurla su carta, riprodurla a parole è descriverla. Descrivere è ricondurre alla comprensione, all’intelletto, e spesso equivale a falsificare. L’anima si vive e basta, e l’unica poesia che abbia mai vissuto è la vita.

K.S.

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12 comments

  1. Penso che il poeta non sia solo colui che prova a trasferire sulla carta quelle volatili emozioni, sentimenti che gli si presentano davanti, quello che riesce a esprimere ciò che lo stravolge dentro. E’ vero… il poeta tenta di fissare la volatilità, ed è assai difficile come si può ben convenire poiché in pochi ne sono davvero capaci, se ce ne sono. Rendere la volatilità in qualche modo leggibile, interpretabile non è cosa da poco e proprio per questo il poeta si ritrova a mentire, mentire anche a se stesso. Il poeta però secondo me non è solo questo. Quella del poeta è una condizione, analoga alla condizione di tutti gli artisti. Il poeta guarda ciò che sta dietro la realtà di tutti i giorni, guarda la realtà con il proprio occhio ammirando ciò che lo affascina, meditandovi e riflettendo dolorosamente su ciò che lo tormenta. Il poeta ne sente il bisogno. Mi riallaccio comunque all’ultima frase del post, dicendo come probabilmente avrebbe detto Thoreau che la miglior poesia che un uomo può partorire è sempre la sua stessa vita.

    1. Il fatto è che nella mia ignoranza, da sempre vedo la poesia concettualmente vicina alla fotografia: é l’istantanea di un attimo, un tentativo di trasferire un’emozione a terzi mediante un supporto esterno (la scrittura). Ma l’emozione è per sua stessa natura tanto personale da essere trasmissibile solo se il mittente la contiene già. Certo, quello che ho descritto nelle poche righe del post è un mio stesso limite, e l’ho fatto altrettanto certamente in maniera troppo concisa; ma mi chiedo quanto la poesia possa “educare” all’emozione rispetto alla prosa. La poesia dice troppo, e in troppo poco (diceva il sempre citato Bukowski).

  2. Si, in effetti è esattamente così. Per quanto sia bravo il poeta, con la sola scrittura non riuscirà mai a trasferire l’esatta sensazione, l’esatta atmosfera sentita. E’ un limite invalicabile della poesia. Il vero poeta dovrebbe scrivere unicamente per sé stesso. Solo a lui certe sensazioni e sentimenti acconciati a parole possono ricordare i legami e le verità che ci sono dietro. Il bello di questo mondo è che ognuno ha la propria soggettività e legge tutti i fenomeni in funzione di questa. Se si vuole essere poeti davvero si dovrebbe cercare di esserlo per sé stessi. Come ho già detto lo scrivere secondo me dovrebbe nascere da una necessità dello scrittore, qualcosa che si sente dentro e che vuole fissare su carta, per lui stesso, per imprigionarlo in quella cella di parole e rileggendolo farlo uscire. Ma solo lui sa qual’è la chiave giusta per la cella. Sinceramente preferisco la prosa alla poesia, ma spesso anche nella prosa più chiara ci sono questi problemi di soggettività 🙂

    1. Anche io (che vero poeta o scrittore non sono) ho scritto per lungo tempo solo per me stesso; e sto cercando solo di recente di aprire la “cella” di cui parlavi all’esterno, all’apporto e all’utilità (anche minima, anche rarefatta) di altri. Ammesso che sia possibile, Andrea. Aspirare ad essere compresi anche solo in parte per iscritto, che sia in poesia o in prosa, è un’ambizione di alto profilo; me ne rendo conto alla fine di ogni singolo periodo. Forse però lo scrivere , o anche il vivere in generale, è questo: scommettere sapendo di aver già perduto.

      Ma le vittorie non insegnano nulla. 🙂 Grazie dei tuoi commenti!

  3. Io sono alle prime armi. Anzi tendo a non definire neanche “scrivere” il mio scarabocchiare la carta 🙂 E ovviamente quelle poche cose che butto giù le butto giù per me. Concordo però con il fatto che il cercare di farsi comprendere sia una bella ambizione.
    Credo che questa discussione sia stata utile, fornendo spunti sui quali riflettere, perciò penso che la tua ambizione almeno in questo frangente si sia esaudita in parte 🙂

    Grazie

    Andrea

  4. A dispetto dell’immagine “solitaria” evocata nel pensare al poeta o allo scrittore (in senso lato, non solo a quelli che si definiscono tali), legata al solo atto dello scrivere (che riporta a un individuo solo che usa se’ stesso e lo strumento di scrittura) e non al suo effetto, penso che lo scrivere sia profondamente altruistico, un atto di espansione, una ricerca di contatto. Anche quando non si scrive per “altri” nell’accezione più comune, anche quando si crede di scrivere solo per sè stessi, per fermare un momento o per esplorarlo più in profondità, credo si stia sempre inviando un messaggio a un “altro”, non sempre altro da sè, a volte a quell'”altro” che saremo quando sarà passato un po’ di tempo, spesso nemmeno tanto.
    Sarà perchè rileggo con piacere i messaggi che mi arrivano dalla me che ero, da loro continuo a trarre emozione e ad imparare come mi accade leggendo ciò che gli altri hanno la generosità di condividere scrivendo.

  5. Immagino che come per ogni altra azione umana anche la scrittura vari a seconda della forma umana che esprime; eppure non posso fare a meno di pensare che la componente “egoistica” e riflessiva, in questo, sia preponderante. Per me è una sorta di lavorio interno; cerco di riordinare tasselli sparsi, di dargli forma e senso, e costruire con essi qualcosa che entri a far parte di me. Trovo bellissima, e molto calzante, la metafora della prigione di Andrea (qualche commento più in su) che del resto ritrovo anche nelle tue parole quando parli di “espansione” verso un “altro” non altro da sè. Per contro, è stata proprio la sensazione di sterilità che provavo a portarmi a condividere qualcosa di me attraverso la scrittura, invece di strappare le pagine del taccuino (quello reale nella borsa) come ero abituato a fare, e questo mi porta verso la tua opinione.
    Ci sono evidentemente casi in cui egoismo e altruismo coincidono.. 🙂

  6. Forse l’altruismo è una seconda fase della scrittura. Si comincia con l’egoismo, con qualcosa che si fa solo per sé stessi, per poi in un secondo momento decidere di voler tentare di condividere con altri ciò che si è trovato e risolto nel lungo lavorio interiore. Ovviamente ciò può avvenire o può non avvenire, a seconda della forma umana che si esprime, come si è detto nel post sopra. Credo che anche i più grandi abbiano cominciato con una necessità personale.
    Per quanto riguarda la sensazione di sterilità, anche per me si rivela una spinta verso la penna e il taccuino, anzi penso che io abbia iniziato a scribacchiare proprio grazie a questa.

  7. La poesia deve parlare della forza che hanno le stelle quando esplodono e gli elefanti quando partoriscono e i pipistrelli quando volano e le balene quando nuotano. Deve vedere tutto il dolore dei morti e dei malati, tutte le assurdità che passano per il mondo, il marciapiede su cui camminiamo, la sedia su cui stavo seduto a cinque anni, il letto in cui dormiamo, la tovaglia con cui mi asciugo la faccia, il sudore sotto le ascelle, l’acqua che bevo, le facce che saluto, la rabbia che provo, tutte le delusioni che ho avuto, tutti i paesi che ho visto.

    Franco Arminio

    1. Capisco ciò che intendi. Ho sempre creduto che la poesia descriva l’anima, e la prosa lo spazio quasi tangibile nel quale essa si muove e vive. Perciò trovo la seconda più onesta, trasmissibile: dalla prosa è forse possibile dedurre la poesia, ma dubito si possa fare fare il contrario. Vedo la poesia come una lingua senza regole, come una musica senza pentagramma, come un contenuto senza contenitore: un qualcosa di enorme e potente e innato, ma che nella maggioranza di chi ho attorno e probabilmente anche in me stesso è sepolto a fondo dal grigiore della quotidiano, che non lo contempla che in minima parte. E se ciò che è innato viene imprigionato e non lo è più, come si trasmette? Come si comunica?

      Per dare dell’acqua a qualcuno serve pure un bicchiere..

      K.S.

      1. La poesia è piena di regole, anche i versi sciolti si esprimono seguendo dei codici. Ci sono forme metriche, conteggio di sillabe, concatenazioni programmate, ecc…

        Penso che stai guardando la poesia da troppo lontano. Se vuoi portarmi un esempio concreto di qualcosa che non hai capito o che ti ha turbato proveremo a guardarlo insieme

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